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COP21/ Brunetti (Cnr): dai dati storici una spinta per l'accordo

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A quale periodo si riferisce?

L’ufficio Centrale di Meteorologia  è nato subito dopo l’unità d’Italia, ma abbiamo a disposizione dati a partire dalla seconda metà del ‘700. Gli Osservatori più antichi hanno più di due secoli di attività e quindi di dati osservativi disponibili sono stati raccolti con una strumentazione già abbastanza affidabile. Certo, i dati ancora più antichi, quelli dell’Accademia del Cimento della seconda metà del ‘600 recuperati da un collega di Padova, sono stati misurati con strumenti privi dei sistemi di taratura e registrati secondo unità di misura arbitrarie che è abbastanza difficile convertire in valori di temperatura come li intendiamo noi oggi. È interessante però il fatto che il Granduca di Toscana, uomo colto e all’avanguardia, aveva fatto costruire dei termometri ad alcol tutti identici, detti “termometri forentini” da distribuire a tutte le stazioni meteo del regno in modo che facessero osservazioni sincrone con strumenti identici; quindi quelle osservazioni sono tutte tra loro confrontabili. Il problema è poi convertire quei valori, letti su una scala graduata diversa da quella centigrada, in dati moderni. Ma si riesce, e quindi abbiamo una valutazione abbastanza buona delle temperature dell’epoca.

 

Questi dati, sinteticamente, cosa dicono circa l’evoluzione del clima in Italia?

In Italia dal 1800 ad oggi la temperatura media è cresciuta di circa un grado al secolo. Si tratta di un trend non lineare, con andamenti discontinui in certi periodi. Si può dire tuttavia che, in particolare negli ultimi decenni, c’è l’evidenza di un trend di crescita delle temperature molto accentuato: dal 1979 ad oggi la tendenza è di una crescita dell’ordine di 0,44 gradi ogni dieci anni, come media nazionale; mentre se andiamo a ricostruire l’andamento dal 1951 ad oggi troviamo un quarto di grado ogni decade.

 

Come si utilizzano i dati storici anche in funzione delle previsioni sul futuro?

Per fare previsioni circa il futuro si deve per forza ricorrere ai modelli climatici. I dati storici ci servono per verificare la bontà dei nostri modelli. Infatti, prima di utilizzare un modello climatico per prevedere le temperature future dobbiamo verificare che esso sia in grado di riprodurre quello che è accaduto nel passato. Prendiamo quindi le informazioni che già abbiamo sull’andamento reale delle cosiddette forzanti climatiche (cioè i fattori che incidono sul clima: concentrazioni di gas serra, aerosol, costante solare, eruzioni vulcaniche…), le diamo in pasto al modello matematico e, se questo riesce a riprodurre i valori di temperatura effettivamente registrati allora possiamo dire che il modello funziona.

 

È stato fatto anche prima di questo appuntamento parigino?



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