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CLIMA/ Dalla tundra artica emissioni di gas serra anche in inverno

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La misura e la valutazione di come evolve la presenza di gas serra nell'atmosfera terrestre è un elemento sempre più decisivo per impostare le più opportune strategie di contrasto dei cambiamenti climatici: avere a disposizione dati aggiornati e altamente attendibili è una condizione per non vanificare le varie iniziative che, si spera, saranno avviate anche a seguito degli accordi di Parigi della COP21.

Una delle tecniche utilizzate da qualche tempo per misurare gli scambi di gas serra (come anidride carbonica e metano) che avvengono tra un ecosistema e l'atmosfera è quella della correlazione turbolenta, più nota come Eddy Covariance: è una tecnica micrometeorologica che collega la direzione del moto delle particelle di aria (eddies) al di sopra di una superficie vegetale e la massa di gas trasportata in questo moto. Il principio alla base è quello di calcolare il sequestro netto del gas come differenza tra quello entrata e quello uscito dall'ecosistema. È una metodologia diretta, accurata e consolidata, che consente di misurare i flussi sia sul breve che sul lungo periodo.

All'Istituto di Biometeorologia del Cnr (Ibimet-Cnr) si stanno studiando diverse applicazioni di questa tecnica in diversi contesti, urbani, agricoli, in aree speciali. Uno dei ricercatori dell'Ibimet, Beniamino Gioli, insieme a Donatella Zona (University of Sheffield e San Diego State University) ha guidato uno studio internazionale che ha applicato la tecnica nel particolare ecosistema dell'Artico. Lo studio, i cui risultati sono stati recentemente pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) nell'articolo "Cold season emissions dominate the Arctic tundra methane budget", ha mostrato come le emissioni di metano dalle regioni artiche, contrariamente a quanto si riteneva, avvengano anche in inverno e primavera; con prevedibili importanti conseguenze sui processi climatici globali.

L'Artico, in effetti, rappresenta un anello critico per l'equilibrio del sistema climatico globale, in quanto contiene immense quantità di carbonio immagazzinate sotto forma di permafrost, che con l'aumento della temperatura rischiano di essere degradate ed emesse in grande quantità in atmosfera, amplificando l'effetto serra ed il riscaldamento globale. «Le conoscenze disponibili finora - ha spiegato Gioli - lasciavano credere che gli ecosistemi artici fossero emettitori di gas serra solo nella stagione calda, quando il permafrost riesce a scongelarsi in superficie e la sostanza organica viene decomposta, causando il rilascio di metano. Gli studi condotti a supporto di questa assunzione si concentravano però sui mesi estivi, trascurando quelli invernali e primaverili che rappresentano il 70-80% dell'anno nelle regioni artiche».

Per poter estendere l'analisi su tutto l'arco dell'anno, i ricercatori hanno istallato cinque torri "Eddy Covariance" e hanno utilizzato le piattaforme aeree della Nasa (già usate nell'ambito dei programmi Carve-Carbon in Arctic Vulnerability Experiment e Hippo-Hiaper Pole-to-Pole Observation), che hanno sorvolato le aree studiate in diversi mesi. Hanno così scoperto che le emissioni invernali e primaverili sono sorprendentemente uguali o addirittura maggiori di quelle dell'estate. «Il motivo della persistenza di emissioni biogeniche in inverno risiede nella cosiddetta zero curtain, una condizione fisica in cui strati di suolo a media profondità, confinati in basso dal permafrost ed in alto dagli strati superficiali di neve-ghiaccio, riescono a permanere a temperature prossime allo zero, mantenendo attivi i processi biologici anche con temperature dell'aria estremamente più basse».



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