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SPAZIO/ Onde gravitazionali: se non si vedono qui, andremo a prenderle in orbita

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LISA Pathfinder (Copyright ESA/ATG medialab)  LISA Pathfinder (Copyright ESA/ATG medialab)
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Cosa avverrà quindi nei prossimi giorni? Subito dopo il lancio, Lisa Pathfinder sarà posizionata in un’orbita di parcheggio transitoria e leggermente ellittica. A questo punto, la sonda utilizzerà i suoi propulsori per raggiungere, dopo sei settimane, la posizione finale ad una distanza dalla Terra di circa 1.5 milioni di chilometri in orbita intorno a quello che è chiamato punto di Lagrange, in condizione di equilibrio gravitazionale tra Sole e Terra. Da questo momento passeranno ancora circa tre mesi per il set-up e la calibrazione di tutti gli apparati; dopo di che, nel marzo 2016 – mentre in varie Università e Istituti in tutto il mondo si celebrerà il centenario della pubblicazione della Relatività Generale – sulla sonda inizierà la fase scientifica della missione.

Una missione che vede un'importante partecipazione dell'Asi (Agenzia spaziale italiana) e dell'Infn (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare); nonché un rilevante contributo italiano, sia scientifico che tecnologico: i sensori inerziali di alta precisione sono stati realizzati dall’Asi con prime contractor industriale CGS (Compagnia Generale per lo Spazio) su progetto scientifico dei ricercatori dell’Università di Trento con a capo il Principal Investigator Stefano Vitale, dell’Infn; alla missione partecipa anche il: mentre il sistema di micro-propulsione a gas freddo è uno dei contributi di Selex ES (gruppo Finmeccanica). Poi c’è il lanciatore Vega, un prodotto dell'industria italiana, ideato e realizzato dalla Avio e giunto ormai al suo sesto lancio.

«A questo punto – ha dichiarato il presidente dell’ASI, Roberto Battiston - se ci sono, come la teoria di Einstein prevede, difficilmente potranno passare inosservate: le onde gravitazionali sono l’ultima frontiera dell’astrofisica, la traccia a tutt’oggi inafferrabile della forza più elusiva che permea il nostro Universo. Elusiva al punto che solo quando da tranquille onde diventano veri e propri tsunami – a seguito di eventi gravitazionalmente catastrofici come, per esempio, la collisione fra due buchi neri – possiamo sperare di registrarne le increspature. E il sistema messo a punto dall’Agenzia Spaziale Europea sembra aver tutte le carte in regola per riuscirci».

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