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LETTURE/ La ricerca scientifica tra artigianato e Big Science

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Scopo del libro è anche smascherare le responsabilità che surrettiziamente gli “scienziati” si prendono o accettano non avendone titolo, e quelle che dovrebbero prendersi se definissero correttamente il loro ruolo. Tema quest’ultimo di grande attualità: scienza – potere - decisione democratica consapevole. L’autore ha una deplorevole propensione alla provocazione intellettuale che lo ha spinto a scrivere in modo spesso pungente. Quanto ha scritto forse non piacerà ad alcuni addetti ai lavori e ad alcuni giornalisti scientifici. Crede che lo abbia spinto anche un dovere morale nei confronti della società che (non è l’aspetto più trascurabile) ha finanziato le sue ricerche in una università pubblica, nonché lo stato del tempo corrente con tutte le sue incertezze, inquietudini e contraddizioni. Si è poi chiesto, visto che ritiene un dovere comunicare in cosa consiste il mestiere della scienza e le sue implicazioni tecnologiche al pubblico più vasto: è possibile farlo in modo a un tempo efficace e onesto? Il divulgatore scientifico può essere o un giornalista o un addetto ai lavori. Della prima categoria si dirà più avanti. L’addetto ai lavori (in italiano il termine “scienziato” è apparso enfatico) che voglia divulgare si trova tra Scilla (una narrazione tecnica precisa ma opaca e, di fatto, incomprensibile) e Cariddi (una narrazione brillante, apparentemente chiara, di fatto ingannevole e sensazionalistica).

(…) Un’ultima precisazione è necessaria. L’autore ha vissuto la professione della scienza come fisico: ciò ha ovviamente influito sul suo punto di vista. Inoltre si è occupato di quella che Philip Anderson ha recentemente definito, credo per la prima volta, la fisica minore. Anderson, premio Nobel, ritiene se stesso un’esponente di questo tipo di fisica. La precisazione è importante perché, come il lettore avrà modo di vedere, la concezione artigianale della scienza, che è il perno attorno a cui ruota gran parte di questo libro, è particolarmente pertinente quando ci si riferisce alla “fisica minore”.

Secondo Anderson la fisica maggiore è la fisica delle particelle elementari assieme alla cosmologia. La fisica della materia condensata (fisica dei solidi e dei liquidi) e la fotonica con l’elettronica quantistica costituiscono la fisica minore. Perché maggiore in un caso e minore nell’altro? Ci sono più ragioni. Limitiamoci alle principali. Anzitutto la fisica delle particelle elementari, inestricabilmente legata alla cosmologia da quando esiste la teoria del Big Bang, si occupa dei costituenti elementari della materia e la cosmologia dell’origine dell’universo. Temi maggiori che fanno tremare le vene e i polsi e che, un tempo, erano dominio esclusivo della filosofia.

Il sogno dei teorici di questi settori è la grande unificazione. La teoria del tutto che riesca finalmente a inglobare la gravitazione nella teoria quantistica relativistica già esistente che unifica le altre forze note: elettro-deboli e forti. I due più importanti tentativi in questa linea di pensiero sono la gravità quantistica e la teoria delle stringhe. In entrambi i casi, oltre a notevoli difficoltà concettuali ancora da superare, non esiste di queste teorie alcuna evidenza sperimentale. Sono però argomenti che hanno un fascino indicibile per chiunque: il fascino del mistero. Non a caso quasi tutti i libri di fisica di carattere divulgativo usciti negli ultimi anni riguardano questi ambiti. Inoltre la fisica delle particelle elementari, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, ha visto la realizzazione di apparecchiature sperimentali sempre più grandi e costose, sino ad arrivare alla macchina LHC (Large Hadron Collider) del Cern, il gigantesco acceleratore recentemente assurto all’onore delle cronache per la rivelazione sperimentale del bosone di Higgs.



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