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CASO MAJORANA/ Anatomia di una scomparsa (riconfermata)

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Ettore Majorana (Immagine dal web)  Ettore Majorana (Immagine dal web)

Il giorno dopo, domenica, il Postale riparte la sera da Palermo per Napoli, ove ne è previsto l’arrivo alle 5 e 45’ del mattino del lunedì e Majorana acquista un posto in cabina. Tutto lascia ora credere che voglia rientrare a Napoli; invece, o durante il tragitto o subito dopo (o subito prima) egli scompare.

 

Prima

Parte essenziale dell’epistolario, da noi rinvenuto nel 1972, sono naturalmente le missive scritte nel 1938 da Napoli. L’esame di queste mostra un salto improvviso tra il tono delle ultime lettere e quello delle precedenti. Alla famiglia, per esempio, Ettore era solito inv i a r e scritti equilibrati, forse controllati, esplicativi, ricchi di umorismo, affettuosi e lunghi. Il 23 febbraio, un mese prima di sparire, racconta alla madre, dall’albergo Bologna di Napoli: «Oggi mi daranno una stanza su via Depretis, da cui potrò vedere fra tre mesi il passaggio di Hitler! Siete guarite dai vostri piccoli raffreddori? Verrò forse dopo Carnevale. Saluti affettuosi - Ettore». Il 12 gennaio, nel ringraziare il Ministro per l’alta distinzione concessagli con la nomina a Ordinario fuori concorso, aveva scritto, come ricorderemo «tengo ad affermare che darò ogni mia energia alla scuola e alla scienza italiane». Perciò, quando il 22 gennaio chiede che il fratello Luciano gli mandi la sua parte di conto in banca, c’è da credere che, in quel momento, pensasse solo alla propria sistemazione fissa in Napoli. Questa intenzione, di avere un posto dove vivere per i fatti suoi, trapela ancora da ciò che scrive al fratello Salvatore una settimana prima della scomparsa:

«Napoli, 19 marzo 1938, XVI - Caro Turillo, […] Vedrò se è possibile avere il libretto per la mamma, ma non vedo come si possa affermare la convivenza perché io ho l’obbligo di prendere la residenza a Napoli, anzi l’ho già presa provvisoriamente qui in albergo, alias via Depretis 72». E ci sembra che l’agire di Ettore non sia solo un ossequio all’obbligo di risiedere nella stessa città in cui esercita l’insegnamento. Ma quel sabato 19 marzo Ettore, portato a un termine il proprio interiore travaglio, aveva presumibilmente già preso la sua «ormai inevitabile » decisione. Non vi era in essa «un solo granello di egoismo», come dire che per lungo tempo, forse per anni, si era chiesto in cuor suo se poteva moralmente prendere questa decisione, o se essa gli era proibita perché dettata almeno in parte da esigenze egocentriche.

Forse volgeva tali pensieri nel suo animo, a tratti, fin dal 1934, fino a convincersi della necessità di una decisione che come tale, cioè necessaria, era ormai purificata da ogni grano di egoismo. Ed Ettore si accinge a realizzare il suo meditato e sofferto progetto, a dare inizio alla sua «costruzione» - le parole che normalmente si usano in questi casi, come «messinscena», non si prestano al suo caso - già probabilmente questo sabato. Invia infatti un telegramma a Roma con il quale disdice il suo arrivo per trascorrere a casa, come faceva di consueto, la domenica. E quindi scrive a Turillo, il fratello maggiore: «Per ora non vengo perché lunedì ho alcune faccende da sbrigare […]. Vi mando un telegramma perché non mi aspettiate stasera, ma verrò certamente sabato prossimo». Poi una settimana di silenzio epistolare.

Il «sabato prossimo» sarà quello dell’ultima sua lettera, 26 marzo, da Palermo a Carrelli. Venerdì 25 riprende in mano la penna. Nella lettera, la prima, a Carrelli, si rende conto, dice, «delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti». «Anche la parola scomparsa, in luogo di morte o fine, crediamo che sia stata usata perché venisse intesa come eufemismo, mentre non lo era», questa l’ha detto Leonardo Sciascia.



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