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CASO MAJORANA/ Anatomia di una scomparsa (riconfermata)

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Ettore Majorana (Immagine dal web)  Ettore Majorana (Immagine dal web)

Così Ettore se ne va. Con una nave o con la prima delle navi del suo progetto. In tutti gli ultimi anni, il suo risvegliato amore per le navi era solo interesse matematico per la strategia navale, o attenzione ingegneristica ai caratteri costruttivi delle navi, o non era piuttosto il sintomo esteriore di un desiderio ancora inconfessato di fuggirsene lontano oltre il mare? A quel tempo in Italia chi emigrava sognava l’Argentina. Lo stesso Mattia Pascal, subito dopo aver nominato l’«America o altrove » precisa i suoi pensieri con un nome: Buenos Aires. Ettore così se ne va via, ma non tranquillamente. Neanche Mattia se ne va tranquillo. Ed Ettore non è Mattia Pascal.

Durante quella notte in nave, tra Napoli e Palermo, la sua mente e il suo cuore non hanno riposo, anche se riesce a dormire. La polizia, i colleghi, gli amici lo crederanno morto e non lo cercheranno, proprio come lui voleva, lo scopo che si era ripromesso con le sue lettere dalla calligrafia, come sempre composta e ordinata, «preordinata» dice Sciascia. Ma ancora una volta pensa: ma la famiglia? La madre? Intenderanno, invece, i famigliari che lui ha lasciato loro una speranza? La sua decisione risponde a esigenze oggettive, appartiene quindi, al mondo delle cose necessarie, giuste, etiche. Ma non riceveranno i famigliari un dolore troppo acerbo? I dubbi di sempre riprendono il sopravvento, anche in lui che, quando non aveva a che fare con i sentimenti umani, bensì con le serene, imperturbabili e alte cose della natura, sapeva edificare architetture di pensiero vertiginose, ma stabili, sapeva calcolare ogni armonico rapporto con maestria ineguagliata.

Appena sbarcato a Palermo invia il telegramma urgente che conosciamo che giunge nelle mani di Carrelli quella stessa mattina alle ore 11. Ettore sa che Carrelli, come tutti, ha pensato al suicidio, e nella lettera che fa seguire dice pertanto «il mare mi ha rifiutato» non senza una nota della consueta amara auto-ironia. Forse per un poco pensa davvero di rinunciare, facendo sacrificio di sé, al suo progetto e di tornare. Ma non in Istituto, a casa, anzi all’albergo Bologna, la sua casa. Forse pensa davvero di ritornare perché specifica: «Ho però intenzione di rinunciare all’insegnamento». Troppo gli peserebbe questo nuovo e ulteriore compito di comportarsi come gli altri gli chiedono, di porsi sullo stesso piano sul quale tanti altri vivono e lì lo vogliono incontrare; e gli altri sono tanti; e quasi nessuno che si ponga almeno il problema di incontrarlo sul suo piano. «Troppo era già compreso dall’orrore – scrive Pirandello – di chiudersi nella prigione d’una forma qualunque». E si difende: «Non mi prendere per una ragazza ibseniana, perché il caso è differente». 



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