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CERN/ Con Lucio Rossi nella "caverna" di Atlas (che riparte)

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Infine arriviamo all’edificio dell’esperimento Atlas, uno dei “quattro grandi occhi”, come li chiama Rossi, di LHC. «Il nostro è un vedere speciale. Non vediamo il bosone di Higgs o meglio è questo il modo di vederlo: un modo indiretto, per una particella che vive in un tempo incredibilmente piccolo tale che non ci sarebbe modo di vederla; il bosone però decade prima in una particella Z (un altro tipo di bosone) e poi in altre dette muoni, una specie di cugini maggiori degli elettroni. Dall’esame dei muoni, elaborandone le tracce con gli strumenti della fisica teorica e con la potenza dei computer, possiamo risalire al bosone di Higgs e alle sue caratteristiche. Possiamo quindi arrivare ad essere certi di cose che non vediamo direttamente, facendo convergere tutta una serie di dati, di indizi , di segnali che ci porta  ragionevolmente a fare quelle affermazioni».

Anche Atlas ha la sua sala controllo, che su grandi schermi presenta ciò che sta “vedendo” l’esperimento. Sopra gli spaccati dell’apparato sperimentali appaiono le tracce delle particelle prodotte durante le collisioni e che attraversano i vari rivelatori (in questo momento sono solo gli onnipresenti raggi cosmici, non essendoci ancora le collisioni). Ci sono diversi tipi di rivelatori, ognuno dei quali può segnalare una caratteristica delle particelle che lo attraversano. I grandi display riportano i diversi dati raccolti dai rivelatori che di ogni evento misurano il tempo, la carica, l’energia, la posizione. 

Come si fa ad analizzare tutti gli eventi raccolti? Ad ogni secondo viene raccolto 1 Petabyte (un milione di miliardi di byte) di dati ma ce ne sono 320 milioni in uscita: questo perché c’è una prima intelligenza che fa automaticamente una selezione e trattiene solo gli eventi che hanno caratteristiche interessanti per ciò che si sta cercando. I dati vengono registrati e sottoposti a una prima fase di elaborazione e poi mandati alla rete di computer esterni, la cosiddetta Grid (griglia) che permette di condividere capacità di calcolo collegando i centri di calcolo nazionali e delle singole università sparsi in tutto il mondo.

Il gran finale della visita è la discesa nella “caverna” di Atlas che, come tutto l’acceleratore, è un impianto sotterraneo. Scendiamo a 93 metri di profondità, dove è collocata un’apparecchiatura dalla forma complessiva di un grande cilindro orizzontale, lungo 46 metri, con un diametro di base di 25 metri e un peso totale di 7000 tonnellate. Dalla nostra postazione possiamo vedere una delle due estremità, dove ci sono i grandi i rivelatori di muoni: è un’impressionante insieme di contenitori, tubi, quadri, interruttori, connettori, sistemi di sicurezza e un enorme quantità di cavi (anche se quelli che vediamo sono una piccola parte dei 3000 km del cablaggio totale di Atlas). 

Ancora una volta, come nella fabbrica dei magneti, un grande lavoro di ingegneria; ma necessario per far sì che, quando nei prossimi mesi i protoni si scontreranno a 13 TeV, le idee dei fisici possano essere sottoposte a severe ma efficaci verifiche. 

(Mario Gargantini)




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