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AMBIENTE/ Viaggio alla (ri)scoperta dell'acqua: dalla Basilicata all'Expo

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L’IBAM non è nuovo a queste 'riscoperte'. In passato l’Istituto aveva sviluppato studi e ricerche sull'età medievale, che restano tuttora linee di indagini trainanti della nuova sede nell’area di ricerca di Tito Scalo. Col tempo, l’inserimento di nuove competenze ha portato all’affiancamento degli interessi specificamente storici con filoni di ricerca prettamente tecnologici e di diagnostica applicate non solo alle realtà monumentali ma anche a piccoli e grandi contesti territoriali. Così, all’iniziale impostazione umanistica si è affiancato negli anni un approccio interdisciplinare tecnico-scientifico, oggi in buona parte prevalente, che ha permesso di allargare l’orizzonte metodologico alla diagnostica in situ per i beni culturali, alla sismicità storica, allo studio dei rischi naturali a cui sono esposti beni archeologici e monumentali, alla fisica tecnica applicata alla conservazione del patrimonio architettonico, alla ricerca archeologica e le discipline ausiliarie quali su tutte il telerilevamento da aereo e da satellite e la geoarcheologia.

Un altro esempio di questo allargamento di prospettiva, presentato sempre nella giornata dell’acqua, è il censimento, lo studio e la prospettiva di riutilizzo di un consistente patrimonio di mulini ad acqua: «erano strutture che consentivano a un territorio come la Basilicata, ricchissimo di fiumi torrenti e corsi d’acqua, di assicurare un’energia a basso costo per diverse attività: dalla macina del grano, alle tintorie, alle gualchiere, alla follatura della lana… Attorno ai mulini si sono creati dei micro distretti industriali lungo le direttrici fluviali. La cosa interessante è che si trattava di piccoli sistemi produttivi, che richiedevano un’apposita manutenzione non solo del macchinario connesso al mulino ma anche dei corsi d’acqua e dell’intero bacino idrografico. Quindi il sistema dei mulini nel suo insieme garantiva un adeguato governo del territorio e una sua tutela, mitigando una naturale vulnerabilità della nostra regione. Dobbiamo riflettere sul fatto che, a causa dell’abbandono dei mulini e della loro attività, tale tutela è venuta meno».

Qui ci si collega a un tema più ampio: quello dell’abbandono dell’agricoltura, che ha conseguenze non solo in termini strettamente economici ma più in generale sul piano ambientale; «le cause del dissesto idrogeologico vanno ricercate anche a questo livello». Tornando ai mulini, Masini ci segnala che alcuni sono ancora in condizioni da poter essere visitati e ammirati nella loro struttura e nei loro componenti principali; alcuni sono stati recuperati e messi in grado di mostrare la loro funzionalità: «si tratta per lo più di mulini ad asse verticale, con le pale che ruotano in orizzontale e che sfruttano dislivelli più alti; questi erano ottenuti realizzando una sorta di torrino a monte che aumentava la cadute e assicurava l’energia meccanica necessaria per un buon funzionamento».



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