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TERREMOTO NEPAL/ E' colpa dell'India. E non è finita

Cosa dice la scienza del terremoto che ha messo in ginocchio il Nepal? La zona intorno alla capitale Kathmandu era considerata un "gap sismico". Cosa significa lo spiega MICHELE ORIOLI

Il terremoto nel Nepal (Infophoto) Il terremoto nel Nepal (Infophoto)

Sono saliti oltre i 5mila metri, sul tetto del mondo per studiare anche i fenomeni sismici della zona che circonda la catena himalayana, ma non avrebbero mai voluto assistere così da vicino a una tragedia che sta assumendo proporzioni catastrofiche: sono gli scienziati e i tecnici, italiani e non, che operano presso la Everest Seismic Station - Pyramid, la stazione sismica dell’Everest, operativa dal 2014 e che ora è uno dei più vicini testimoni del devastante terremoto che ha sconvolto il Nepal. La stazione è stata installata a 5.050 metri di quota presso il Laboratorio Osservatorio Piramide EvK2Cnr, nel Parco Nazionale di Sagarmatha (un nome che non è altro che il termine sanscrito per “madre dell'universo” ed è l'attuale nome in nepalese dell’Everest) in una zona confinante con la regione sede dell’epicentro del sisma del 25 aprile. 

Il laboratorio è stato realizzato, tra gli altri obiettivi, per monitorare e studiare i fenomeni geologici, geofisici e glaciologici della catena del Karakorum, anche al fine di sviluppare Sistemi informativi territoriali (Gis) e Sistemi di supporto decisionale (Dss), per prevenire e fronteggiare situazioni di crisi ed eventuali catastrofi naturali.

La zona infatti è nota per la sua attività sismica ed è considerata una delle regioni a più alto rischio del mondo: è una zona caratterizzata da un'alta velocità di scorrimento e teatro di uno dei più forti terremoti in quell'area nel secolo scorso. Nel 1934, con epicentro non molto lontano dalla punto dove si trova la stazione (e a soli 15 km dall’Everest) si era infatti verificato un terremoto di magnitudo 8,1 che causò oltre 10mila morti.

L’attività sismica della regione è causata dalla convergenza tra la placca indiana, a sud, e la placca euro-asiatica a nord, che ha determinato la formazione della catena dell’Himalaya. Il movimento relativo tra le due placche è di 4-5 centimetri per anno (di cui si stima che 2 cm/anno vengano accumulati lungo il margine meridionale della catena montuosa). Questo significa che ogni 100 anni si accumula una deformazione pari a due metri di spostamento relativo tra le due placche. Nell’area colpita dal terremoto di questi giorni non ci sono stati forti terremoti per diversi secoli; per questo motivo la zona intorno alla capitale Kathmandu era considerata un “gap sismico”, cioè – in base a una teoria sviluppata negli anni 70-80 – un buon candidato per un prossimo sisma.

Le carte predisposte dal Usgs statunitense e riprese dall’Ingv (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), mostrano il potenziale sismico di tutta la fascia di contatto tra la placca indiana e quella eurasiatica indicando, per ciascun settore, la quantità di spostamento che si può verificare con un terremoto: nel caso della zona colpita da questo terremoto si stimavano movimenti sismici tra 4 e 10 metri. Il movimento geologico è lento ma la deformazione che si accumula anno dopo anno lungo le faglie che bordano la catena montuosa viene rilasciata a scatti, quando la resistenza delle faglie stesse viene superata. Ogni scatto è un terremoto.