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FASCINATION OF PLANTS DAY/ Piante che si trasferiscono: è l’era del “bioglobal”

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Coffea arabica  Coffea arabica

I trasferimenti delle piante sono stati anche all’origine di terribili catastrofi ambientali e alimentari: come la carestia della patata in Irlanda, a seguito dell’attacco della peronospera nel 1845; o il dramma della pellagra, legato al consumo di mais non secondo le modalità adeguate che le società precolombiane ben conoscevano ma che non erano state “importate” in Europa. Verso la fine dell’Ottocento si apre una nuova fase legata all’inizio della sperimentazione delle tecniche di incrocio, «che consentirono di selezionare, attraverso l’accoppiamento di individui recanti determinati caratteri ritenuti utili, nuovi individui all’interno dei quali tali caratteri si assommavano secondo gli obiettivi ricercati. Senza le tecniche di incrocio la coltura del mais non si sarebbe sviluppata in maniera così estesa negli Stati Uniti».

Il tema degli incroci ci porta ai giorni nostri: «un’accelerazione e una estensione nella selezione dei caratteri vantaggiosi sono state rese possibili negli ultimi decenni con lo sviluppo della biologia molecolare e delle biotecnologie in genere. Infatti, mentre gli incroci possono essere ottenuti soltanto all’interno della stessa specie e dopo lunghi e ripetuti tentativi che si protraggono per anni e anni, con le tecniche molecolari è diventato possibile trasferire in tempi brevi materiale genetico addirittura da una specie all’altra. La biologia molecolare rende virtualmente possibile il trasferimento di piante in ogni zona della Terra: è sufficiente, infatti, corredare una data specie vegetale, dei geni prelevati da un’altra specie vegetale o anche animale, geni in grado di rendere la prima specie resistente al gelo, o alla siccità, o alla mancanza di luce, o a un tipo di suolo piuttosto che a un altro e così via».

La biologia molecolare apre grandi prospettive e però nello stesso tempo costituisce uno strumento che richiede molta attenzione e prudenza: «Prudenza significa soprattutto, a mio avviso, che queste nuove scoperte, che sono in mano a pochi, non diventino uno strumento che resta in mano ai pochi e non è stato scelto dai molti. È quindi necessaria e opportuna una informazione approfondita e diffusa in modo da poter scegliere. Il rischio ci sarà sempre ma un conto è correrlo in nome di tutti e per un miglioramento per tutti, altro è correrlo per il profitto di pochi». Quanto all’affermarsi della bioglobalizzazione, si può registrare anche in Italia il fenomeno della crescente importazione di piante esotiche che vengono a trovarsi in habibat diversi dal loro proprio e possono diventare infestanti e nocive. «Anche qui, occorrerebbe che l’importazione di queste piante fosse più controllata. Voglio però far notare che, se non si tratta proprio di piante gravemente infestanti, si può cercare di convivere.

Fermare il processo mi sembra impensabile; mentre, come è accaduto in passato, si possono trovare, creativamente, forme di adattamento che fanno diventare utili piante che a prima vista non lo sarebbero. Più che la pianta in sé, mi pare che vada ripensato il rapporto con l’uomo e con le forme sociali nelle quali gli elementi importati possano trovare una loro collocazione. Spesso succede che i nuovi vegetali vengano considerati alieni, e quindi da eliminare, solo perché non si sa come gestirli; è chiaro che sta all’uomo far diventare utile una pianta».



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