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GEOFISICA/ La mappa (quadridimensionale) che affiora dalle profondità dell’Adriatico

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Carta d’Italia di metà Ottocento (archivio ISMAR-Cnr)  Carta d’Italia di metà Ottocento (archivio ISMAR-Cnr)

Colpiscono i primi tentativi di misura della profondità dell’ambiente marino e il cambio di prospettiva della cartografia nel ‘700, evidenziato da un esemplare di portolano veneziano dell’Adriatico del 1793 che riporta per la prima volta valori di profondità e linee di uguale profondità (isobate), le quali rappresentano l’andamento dei fondali antistanti la porzione meridionale della Laguna dove stava avanzando il delta del Po dopo il taglio di Porto Viro. Per arrivare alle carte batimetriche moderne dell’Adriatico: dapprima la Carta Batilitologica della Piattaforma Litorale Italiana (1937), che mostra la distribuzione degli affioramenti rocciosi e dei depositi sabbiosi o fangosi superficiali; poi la Carta batimetrica redatta da Mosetti nel 1969), che si basa su dati di ecoscandaglio a fascio singolo e interpolazioni; infine la Mappa batimetrica della parte italiana dell’Adriatico, recentemente costruita dagli scienziati dell’ISMAR in base a 20 anni di rilievi con ecografo a fascio singolo.

«Mentre raccoglievamo questo materiale, erano iniziati nella laguna di Venezia dei rilievi batimetrici ad altissima definizione: parliamo di valori fino a 20 centimetri di definizione. Era la prima volta che si facevano studi con questo livello di accuratezza: per rilievi così si deve utilizzare uno strumento particolare, l’ecoscandaglio a fascio multiplo (multibeam echo-sounder): è uno strumento che si è affermato nell’ultimo decennio e consente la copertura totale del fondo inviando e ricevendo segnali in una fascia estesa fino a 10 volte la profondità media: su un fondale di 1000 m si ottengono dati su una “spazzata” di cinque chilometri su ognuno dei lati della rotta». Il bacino dell’Arsenale è divenuto quindi luogo di test dei nuovi ecoscandagli multibeam: l’attività di misura mostra una profondità massima di 8 metri e la presenza di strutture di origine antropica legate a dragaggi, trascinamento di ancore e scarico di materiali. I rilievi laser-scanner combinati con quelli batimetrici multibeam permettono contestualmente di definire i primi metri di superficie emersa e sommersa.

Per evidenziare i vantaggi delle moderne tecniche di rilevamento, Campiani ci mostra il confronto tra una mappa storica del bacino di San Marco, col canale punteggiato di numeri indicanti la profondità stimata, e l’immagine a colori ricavata dal multibeam sovrapposta a una videata di Google Earth. «Rilievi di questo tipo sono importanti per la nostra conoscenza dei mari e dei processi che vi si svolgono; ma possono anche servire alla comunità per pianificare interventi, per orientare più completi studi ambientali. Il dettaglio centimetrico di cui ho parlato, può servire a mirare con esattezza successive ricerche sulla dinamica delle correnti, l’accumulo degli inquinanti e la distribuzione degli habitat sottomarini».

Gli strumenti più moderni, mostrando più efficacemente la ricchezza e la varietà degli ambienti naturali, paradossalmente accentuano l’idea della irriducibilità del territorio ad ogni sua, per quanto sofisticata, rappresentazione; anche se invogliano a incrementare le indagini, raccogliendo lo spunto di Italo Calvino (Le città invisibili) citato all’inizio della mostra: «Nessuno sa meglio di te, saggio Kublai, che non si deve mai confondere la città col discorso che la descrive. Eppure tra l’una e l’altro c’è un rapporto».



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