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EXPO 2015/ Alla Cascina Triulza va in scena l'agrobiodiversità, con tutti i suoi attori

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Cascina Triulza  Cascina Triulza

Questo momento segna un punto di svolta per l’umanità e per l’ambiente. Infatti, senza l'agricoltura non si sarebbero potute sviluppare le civiltà come oggi le conosciamo: la maggiore disponibilità di cibo aiuta a prolungare la vita media degli uomini del neolitico, la necessità di difendere e gestire il territorio facilita la nascita di modelli organizzativi della società, inclusa la specializzazione lavorativa, la maggiore quantità di tempo a disposizione tempo consente di sviluppare un maggior corpo di conoscenze facilitando la nascita della filosofia e della scienza». L’agricoltura si basa sulla domesticazione, un processo genetico che generazione dopo generazione ha modificato le piante selvatiche per renderle simili a quelle che coltiviamo oggi.

Questa nuova tecnologia (in effetti ''la prima biotecnologia in assoluto'') compare indipendentemente nell'arco di 2-3000 anni in poche zone del mondo: la Mesopotamia, la valle dello Yang Tze, il Messico, la regione andina ecc. «Ciascuna specie, quindi, viene domesticata in quello che chiamiamo un centro di origine - ne sono stati identificati una decina - e di qui si diffonde seguendo le migrazioni delle popolazioni umane.

Con lo sviluppo delle grandi civiltà Mediterranee le piante si muovono indipendentemente dalle migrazioni, ma seguono le rotte dei commerci. I Romani, ad esempio, introducono la pesca nel Mediterraneo, gli Arabi mettono in comunicazione oriente e Mediterraneo introducendo ad esempio le melanzane. Ma la grande ''invasione'' di nuove specie avviene con la scoperta delle Americhe: alcuni degli elementi oggi considerati cardini dell’alimentazione mediterranea come pomodori, peperoni, mais, fagioli, sono di origine americana».

Questi grandi fenomeni di diversificazione non sono stati solo grandi eventi del passato, frutto di movimenti migratori; nell’ultimo secolo l’uomo ha imparato non solo a domesticare specie esistenti in natura ma anche a crearne di nuove: così l’agrobiodiversità ha trovato nuovi fattori propulsivi. «Il primo esperimento di successo in tal senso è il Triticale, un incrocio fra frumento e segale che assomma le qualità dei due suoi genitori, un po' come succede col mulo.

Su quella stessa strada oggi la ricerca ci propone nuovi interessanti prodotti per rispondere alle necessità del sistema agroalimentare come il Tritordeum, un incrocio fra frumento e orzo di cui si sta solo ora iniziando a comprendere il potenziale». Il discorso si porta quindi sulla situazione attuale e spinge Pignone ad avanzare una acuta osservazione dalla quale consegue una appassionata ''raccomandazione'': «Con la transizione a una agricoltura moderna e sufficiente a soddisfare i bisogni nutritivi, oltre alle varietà tradizionali viene persa la conoscenza della flora spontanea usata dall’uomo e talvolta oggetto di tentativi di domesticazione. Occorre quindi potenziare la raccolta di questa conoscenza etnobotanica prima che venga del tutto perduta».

È una raccomandazione che non farà fatica, tra questi padiglioni in questi mesi, a trovare alimento, suggerimenti e strumenti per l’attuazione.



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