BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LAUDATO SI'/ Così l'Adamo del XXI secolo darà il nome alle cose

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Immagine dal web  Immagine dal web

Nelle nostre valli alpine le travi di larice non marciscono all’acqua e alle intemperie. Attraversano il tempo e i secoli diventando come osso, scompare la parte più fragile e resta il legno più resistente, l’essenza del durame. Così è il mondo in cui si succedono le generazioni, le cose futili se ne vanno e restano lacerti di eternità, segni del nostro destino. I luoghi sono il sedimentarsi di questi segni: perdere il nesso con essi significa non solo tagliare le radici del nostro essere ma, ancor più, non capirne il vero significato. Noi, infatti, non siamo autonomi, bensì siamo un rapporto con il cosmo. Dare un nome alle cose significa riconoscere la struttura gerarchica della realtà, la presenza nelle cose di un timbro spirituale che ci corrisponde, che corrisponde a quella “dignità infinita” (p.51) che caratterizza l’uomo..

A meno che non ci si voglia rassegnare a cedere a quella ''alleanza tra economia e tecnologia'' che “finisce per lasciare fuori tutto ciò che non fa parte dei loro interessi immediati” (p. 43) In tutte le società antiche, ci insegna Mircea Eliade, la prima cosa che l’uomo fa di fronte al mondo è costruire un cosmo (un mondo ordinato) separandolo dal caos e per fare questo deve individuare un asse ordinatore nella realtà stessa, un palo cosmico. E’ nella realtà che l’uomo trova la manifestazione più profonda del sacro, il mistero che lo supera. Il nome delle cose, spesso, è più grande di noi, perché è stato dato prima che noi venissimo alla luce, arriva dal profondo della storia e svela una verità più profonda dell’apparenza. .  ''Io mi esprimo esprimendo il mondo; io esploro la mia sacralità decifrando quella del mondo'' (Paul Ricoeur, citato a p. 67) Non c’è secolarizzazione, non c’è metropoli, non c’è differenza di culture e di religione che sfugga a questa verità; torniamo sempre a questo problema perché riguarda, in modo costitutivo, il nostro essere nel mondo.

E’ una rivoluzione copernicana per chi è abituato ad un mondo modellato come materia inerte, trasformato e violentato a piacimento. Il mondo, chiamato, ci risponde, comunica il destino eterno della persona e la eleva al disopra dei suoi limiti mortali. Così avvenne per Ildegarda di Bingen (1089-1179) che, tramite un rapporto cosmico con la natura giunse alla conoscenza mistica e, analfabeta, dettò lo Scivias, il Liber vitae meritorum e il Liber divinorum operum e altri suoi scritti di incredibile profondità proponendo l’immagine dell’uomo come microcosmo, l’uomo in sé racchiude tutti gli elementi del mondo, “come in uno specchio” (1. Cor. 13-12).

Allo stesso modo, a distanza di secoli, Nikolaj Berdjaev (1874-1948), uno tra i più grandi filosofi del Novecento, aveva intuito che la profondità del pensiero russo affondava in questo rapporto primordiale dell’uomo con il cosmo e per questo dialogava spesso con uno dei suoi più grandi amici, Akimushka, ''un semplice contadino delle steppe russe, un bracciante. Aveva una pessima vista e ti dava sempre l’impressione che fosse sul punto di inciampare in qualcosa o di cadere. Era analfabeta… le conversazioni con lui erano assai profonde dal punto di vista spirituale; egli sapeva elevarsi all’altezza delle più complesse problematiche mistiche, peculiari della mistica tedesca''. L’uomo e il cosmo sono legati, dunque, a filo doppio e la redenzione dell’uomo non può essere slegata da quella del cosmo. Questa coscienza porta ad un metodo diverso rispetto a quello puramente razionale; la mistica svela la possibilità di un rapporto quasi ''osmotico'', di un ascolto della realtà; nel mondo è già scritta la risposta al senso religioso dell’uomo e va al di là della mera conoscenza intellettuale.
Nel nome delle cose c’è il filo di Arianna per il destino della persona.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.