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LAUDATO SI'/ Così l'Adamo del XXI secolo darà il nome alle cose

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La pubblicazione della lettera enciclica Laudato si’ da parte del Santo Padre Francesco merita una riflessione approfondita che vada al di là dei soliti slogan e dei tentativi di appropriazione ideologica. Prima che si moltiplichino i commenti sugli aspetti più dettagliati delle oltre 200 pagine dell’enciclica e prima che le grandi testate giornalistiche ''radical chic'' si diffondano con compiacimento sulla ''svolta verde ambientalista'' di Papa Francesco, è fondamentale invece riflettere subito su una questione di fondo e cioè il forte richiamo che traspare ad un cambiamento culturale nei confronti della Terra.

''Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data'' ( p. 53): la crisi ecologica in cui siamo deriva prevalentemente dall’aver disatteso questo principio. L’uomo piega la terra ai propri desideri e alla propria voglia di potere e si sottrae alla responsabilità di ''custodire e di coltivare'' ciò che gli è stato affidato. E’ necessario comprendere come l’urgenza di giungere alla ''Laudato sì'', una novità assoluta per il cattolicesimo, deriva non tanto dalla ripetizione scontata di una denuncia dei danni causati dall’uomo, e neppure dal confermare con forza la gravità morale dei ''peccati contro la creazione'', cosa che già Giovanni Paolo II aveva ripetutamente sottolineato, quanto dal richiamo a ritrovare la fecondità di un pensiero teologico e mistico fiducioso nella identità del reale. Questa enciclica fissa un momento cruciale nello storia del pensiero, la fine della sfrontatezza razionalista, del ''mito moderno del progresso illimitato'' (p.61), il crollo definitivo dell’illusione positivista e illuminista, l’esigenza di ritornare alle dimensioni fondamentali dell’uomo e al suo senso religioso.  ''Nel Corano, come nella Bibbia –scrive Wael Farouq, docente di Lingua araba all’Università americana del Cairo-, sull’ultimo numero del mensile Tracce (p.20)- Adamo inizia a relazionarsi con il mondo attribuendo un nome alle cose. L’Adamo contemporaneo invece, perde ogni giorno un pezzo del suo mondo, perché dimentica i nomi delle cose, perché non dà più loro alcun nome, e perché nemmeno gli importa di dar loro un nome. L’uomo, oggi, è diventato post-Adamo. Mentre, per affrontare la sfida dell’oggi abbiamo bisogno, come non mai di tornare al senso religioso, all’esperienza personale. Al vero Adamo''.

Che un intellettuale con matrici così diverse dalle nostre ci ricordi l’importanza del ''dare il nome alle cose'' è particolarmente suggestivo; ancor di più in considerazione della sua attenzione globale al problema della persona, evidenziata in numerosi suoi interventi pubblici.

La persona, infatti, esiste solo in un mondo, vive relazionandosi con la realtà. Possiamo anzi dire che la persona è un rapporto: con le stelle, con gli antenati, con la famiglia, con il paesaggio, con i cibi e ciò che lo nutre e lo disseta, con il mistero che lo circonda. L’uomo astratto e meccanico del razionalismo, di cui ancora è infarcito il nostro modo di ragionare, non ha niente a che fare con la persona. Si è costruita l’immagine di un uomo slegata dalla terra, dalla storia, dagli antenati, dalla comunità di appartenenza e doveva essere l’uomo nuovo della società contemporanea. Invece ci si è accorti e sempre più ci si sta accorgendo che questa invenzione è uno schiavo della necessità. La persona è rapporto con le cose e con le altre persone.



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