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ANNIVERSARI/ Galileo e Maria Cristina di Lorena: una storia da "osservare"

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Galileo Galilei e Maria Cristina di Lorena  Galileo Galilei e Maria Cristina di Lorena

Nonostante questo quadro non certamente semplice, Galilei era convinto che il papato non potesse non accettare la sua riforma della scienza. Nella lettera a Madama Cristina Galilei propone, accanto ai classici principi di ermeneutica biblica, anche il principio di indipendenza delle discipline. La nuova filosofia naturale avendo come oggetto di studio una Natura ritenuta assoluta ed inesorabile può giungere, almeno in parte, a risultati indubitabili, tanto certi quanto le verità di fede. Alla luce di ciò, come i teologi vengono interpellati per la spiegazione dei passi biblici, così i filosofi della Natura possono avere secondo Galilei una libertà interpretativa sul testo Sacro per quanto compete la loro disciplina.

Ovviamente la proposta galileiana non mancò di suscitare reazioni: dal carteggio tra il cardinale Bellarmino e padre Foscarini sull’ammissibilità del copernicanesimo rispetto al dato scritturistico, alla difesa della libertas philosophandi nell’Apologia pro Galileo del Campanella.

Contestualizzata la lettera nella sua cornice storica, Flavia Marcacci è passata ad osservare la medesima vicenda non più con il “microscopio” del rigore storico, ma con il “telescopio” delle visioni d’insieme, ovvero influenzati dalla storia successiva. Qui emergono tutte le opportunità che la questione galileiana offre per affrontare il tema della ricezione della nascita della scienza moderna. Ineliminabile il confronto con due autori che per questo aspetto hanno avuto un peso non trascurabile, Kuhn e Koyrè, l’apporto dei quali è stato ripensato nei recenti sviluppi della storiografia scientifica.

Ecco che allora interpretare la rivoluzione scientifica per paradigmi o speculare su un Galileo platonico diventa alquanto parziale e solleva considerazioni filosofiche profonde. Prima di tutto bisogna chiedersi in che modo si possa fare una storia della scienza che offra grandi sintesi senza trasformarla in una filosofia della storia; in secondo luogo si giunge a chiedersi quale rapporto esista tra la scienza e la realtà oggetto delle teorie scientifiche alla luce della storia della scienza in modo da evitare forme di storicismo e relativismo.

In questo ambito il caso di Kuhn per la Marcacci è particolarmente emblematico. Nel proporre la sua teoria delle struttura delle rivoluzione scientifiche passò con molta facilità dall’aspetto storico a quello filosofico, ma quanto realmente Kuhn si confrontò con la letteratura minore e secondaria? Il grande rischio di questo autore, che pure ha dato un grande contributo alla storia delle idee, è di ridurre l’ontologia storica a mera epistemologia storica, eliminando il riferimento alla realtà oggetto della scienza e chiudendo ogni stagione scientifica dentro il proprio paradigma di riferimento. Il risultato è una forma di relativismo, dove non esiste alcuna comprensione che possa giustificare la successione dei paradigmi.

A Kuhn, Flavia Marcacci risponde con la citazione di un grande teologo e filosofo gesuita del ‘900, Bernard Lonergan: “le cose possono non cambiare, ma la loro comprensione da parte dell’uomo può svilupparsi” [tratto dall’opera Insight]. Per fare una corretta storia della scienza occorre tenere in considerazione che la realtà si disvela attraverso l’evoluzione delle teorie scientifiche; questa è un'adeguata ontologia storica che non voglia chiudersi in uno storicismo relativista. La storia è certamente il regno degli eventi individuali, ma si tratta di eventi con delle cause precise a cui la nostra ragione può risalire. L’essenza del reale è dunque un’essenza dinamica che si svela attraverso il processo storico.

Infine la Marcacci ha sottolineato come la lettera a Madama Cristina mostri l’inesauribile importanza del lavoro interdisciplinare tra teologia, filosofia e scienza per promuovere realmente il lavoro scientifico, il quale inevitabilmente assume sul suo sfondo una qualche epistemologia, ontologia e teologia. Infatti la vicenda galileiana alla luce delle analisi svolte non solo propone ma probabilmente impone ancora oggi l’urgenza di una teologia della scienza, di una riflessione teologica sistematicamente protesa alla scienza considerata come un valore e magari in grado di fornirle strumenti atti ad ampliare la conoscenza intorno agli oggetti empirici.



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