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LETTURE/ La scienza critica di Marcello Cini e "il mondo là fuori"

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Marcello Cini  Marcello Cini

La “parte al Sole” del fastidio era fin troppo evidente: derivava dall’insopportabile razzismo etico di chi ‘se fosse stato ascoltato a suo tempo’ avrebbe portato il Paradiso in terra, mentre, per dirla con Gomez-Davila, le cose stavano in maniera molto diversa: «Le coorti disciplinate di ‘ribelli’ sfilano nel nostro tempo tra le esaltate ovazioni del pubblico e sotto la protezione delle autorità civili ed ecclesiastiche, mentre i ‘conformisti’ fuggono perseguitati e cospirano in soffitte solitarie». Fuor di metafora mi dava fastidio non tanto che quelli di “Science for the People” non si fossero accorti che in Cina esistesse una dittatura sanguinaria o che i boat people vietnamiti non fossero esattamente degli appassionati di pesca e i montagnard degli sciatori indocinesi, ma che non riconoscessero l’esito nichilista e la conseguente dittatura assoluta del denaro come favorita da molte delle idee che nella loro giovinezza ‘ribelle’ propugnavano.

Il fastidio però nasceva da ben altre radici: io ero esattamente come quelli che criticavo (se non peggiore) e, se per pure ragioni anagrafiche (sono nato a Roma nel 1959), avevo contratto una forma lieve e giovanile, più facilmente risolvibile, dello stesso morbo; il fatto che mi ergessi a giudice spietato di chi aveva semplicemente sofferto più di me, era una grandissima schifezza.

E allora il risveglio. Non solo dovevo leggere il libro, ma anche sforzarmi a capire di più di Marcello Cini, grazie a cui anch’io mi ero esaltato tanti anni fa alla lettura de L’Ape e l’Architetto, e che avevo ascoltato adorante in un congresso tenuto tra Firenze e Roma: era il 1979 (o 1980 non ricordo), il titolo però me lo ricordo “The recasting of sciences between the two world wars” e per noi quattro studentelli secchioni, presenti grazie a borsa di studio, era come toccare il cielo con un dito.

Cosa c’era da ricavare da altre testimonianze di chi l’aveva conosciuto bene? E soprattutto come sistemare in un quadro coerente, quei lontani ricordi con il Marcello Cini di cui mi aveva tanto colpito lo sguardo malinconico e alcune frasi che mi avevano scosso (perché poi confidarsi con me … ci avevano presentati da poco) molti anni dopo, nel 2007, a un altro congresso, sempre a Roma, ma in un altro mondo. Insomma, la cosa si faceva seria, e quindi anche un pochino dolorosa.

Un’opera d’arte, se si tratta di vera arte, è un bene in sé, diceva San Tommaso e indicava, tra le altre cose, come segno distintivo dell’arte “Claritas et Simplicitas”. E L’Ape e l’Architetto era chiaro e semplice: era una solare evidenza che gli scienziati, così come i falegnami, i fruttivendoli, i commercialisti e i conducenti di tram fossero esseri umani e quindi inseriti nel loro tempo e che nel loro lavoro fossero impregnati dalle idee correnti.



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