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LETTURE/ La scienza critica di Marcello Cini e "il mondo là fuori"

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Marcello Cini  Marcello Cini
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Cini aveva semplicemente svelato questa evidenza scatenando le ire degli idolatri che invece volevano snaturare l’umanissima arte della scienza trasformandola in una religione senza amore. Che poi la scienza collaborasse al male della guerra, parafrasando Wolfang Pauli, “non era neanche sbagliato” era solo inevitabile visto che, come tutte le attività umane, soffriva del male e quindi dell’imperfezione (ma sarebbe stato così diverso per un costruttore di clave del paleolitico?).

Bisognava rendere ragione di questo dono di chiarezza, bisognava recensire il libro, magari scovando un appiglio iniziale… E la prima traccia mi salta agli occhi proprio dall’intervento di Ignazio: «Che si trattasse di un libro, di un articolo di fisica o di una discussione politica, Cini preferiva l’analisi circostanziata e la dichiarazione diretta all’artificio retorico e alla fumisteria matematica. Non mi sorprende più di tanto dunque che la stagione dei Festival lo abbia evitato, e che l’avvolgente fluidità della sua scrittura sia stata a volte definita da “addetti ai lavori” (quali?) come “difficile”».

Ecco la chiave, ecco che Marcello mi appariva improvvisamente come un fratello (né maestro, né tanto meno cattivo): il valore stabile della scienza è nel suo umile riferirsi ai fatti, alle esperienze materiali, e le due idolatrie ‘La scienza positiva depositaria della realtà’ e il festivaliero ‘Dato che la verità non esiste, la ‘narrazione’ scientifica è quella che si impone in quanto dotata di maggior prestigio’, erano solo le due facce della stessa odiosa medaglia. Questo Marcello l’aveva capito e non c’era nessuna contraddizione tra il criticare la scienza come ‘religione del progresso’ e la scienza come ‘supermarket azionato dal relativismo’, non erano state le idee di Marcello (e dei suoi amici) che avevano portato alla degenerazione di una falsa scienza puramente propagandistica; semplicemente il potere aveva cambiato strategia. Marcello era rimasto fedele alla concezione della verità scientifica come la verità in fieri dell’artigiano, la verità dell’onestà di una rappresentazione necessariamente parziale, ma “eseguita a regola d’arte”, della natura.

Ed ecco la seconda traccia, che il libro mi proponeva, da parte di Carlo questa volta: «Anche la scienza è, in termini molto semplificati, una mera questione di relazioni, e in particolare di relazioni “circolari” tra le nostre capacità sensoriali e cognitive da una parte, e “il mondo là fuori” dall’altra. “Il mondo là fuori” esiste, ed esiste a prescindere dall’esistenza dell’uomo e della sua mente: e dunque a prescindere anche dalla scienza».

Ecco l’inganno svelato: a ben vedere sia l’idolatria positivista che quella relativista si basano sulla negazione del “mondo là fuori”, sull’autosufficienza della scienza: il primo è più ingenuo e ci parla della futura morte della scienza perché a breve “non ci sarà nulla di nuovo da scoprire” (al giovane Max Planck era questo che dicevano sconsigliandolo di intraprendere la strada della fisica).

Il secondo è più insidioso e prende le forme delle mirabolanti panzane sulla Vita Artificiale di quel furbone di Craig Venter.

A noi scienziati amici di Marcello rimane da meritare l’epitaffio che quello strabiliante genio di Flannery O’Connor aveva assegnato a Joseph Conrad “Rendeva giustizia alle cose visibili perché ne suggerivano di invisibili”. Se poi le invisibili siano equazioni di campo, effetti allosterici di macromolecole o qualcosa di più, lo lascio al gusto e alla sensibilità dei miei amici.

Questa raccolta di testimonianze su Marcello Cini insomma va letta (a lui sarà dedicata una giornata di studi all'interno del Festival della Complessità, domenica 14 giugno presso Città dell'Altra Economia al Quartiere Testaccio a Roma); e se incontreremo le vestigia di un mondo strano e paradossale si sappia che le donne e gli uomini che lo hanno vissuto hanno sì commesso gravi e umanissimi errori ma perché erano integri e non separavano il loro essere dal loro fare. Scostare con delicatezza gli errori e cogliere le perle è lavoro che il lettore troverà grato. Per quanto conta la mia testimonianza, ve lo assicuro.



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