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CHIMICA/ Del Re: un maestro che invitava gli scienziati a “volare alto”

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Fino a non molto tempo fa (e in tanti ambiti ancora oggi), era predominante l’idea che ''la scienza non ha storia''. Con questa frase non si intendeva dire, ovviamente, che le scoperte scientifiche non erano avvenute in un momento storico specifico ad opera di un particolare scienziato, ma che per la scienza questo non aveva importanza. Per capire questa posizione, che oggi ci appare ''bizzarra'', bisogna rifarsi alla differenza che c’è tra ''scoperta'' e ''invenzione''. L’idea era (e, lo ripetiamo, per tanti è questa ancora oggi) che la scienza ''scopre'' una verità oggettiva, esterna ad essa. In quest’ottica sapere chi ha compiuto questo passo e quando, può avere al massimo un valore esterno alla scienza (per esempio, per i cambiamenti che tale scoperta, una volta applicata, ha portato al mondo quotidiano). All’interno della scienza non ci dice niente di nuovo su come procedere, su cosa ''ricercare''. Molto bella è l’immagine del velo di Maya sulla realtà e dalla scienza che ''squarcia'' tale velo. Se, invece, la scienza viene vista come un’attività umana che ''inventa'' una risposta a un problema teorico o pratico, la storia della scienza assume un altro significato. Diventa in questo caso importante individuare il momento storico in cui si posiziona quella scoperta per capirla realmente. Diventa essenziale posizionare, con tutte le sue interrelazioni, sia lo scienziato che “inventa” quella risposta al problema sia la comunità scientifica che vidima tale scoperta. 

 

C’è differenza in questo tra la situazione italiana e altri contesti mondiali?

Le posso dire due cose, in parte opposte. Da un lato si ritrova senz’altro maggior interesse per l’aspetto storico della scienza all’estero, ma raramente questo aspetto riesce a diventare qualcosa di costruttivo per la scienza anche in quei contesti. Molto spesso la storia della disciplina diventa un’altra branca specifica, quando non si abbassa a ''cronistoria''. L’uso poi della storia della scienza in didattica ha, o dovrebbe avere, grandi potenzialità. In realtà, il più delle volte, è una storia ''aneddotica'' o poco più. Giuseppe Del Re ha sempre attribuito grande importanza alla storia della chimica, ma a una storia concettuale, a una storia legata all’epistemologia, ai fondamenti, di tale disciplina. Io lo ricordo all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso impegnato attivamente nella creazione del Gruppo di Storia e Fondamenti della Chimica. Un’altra sua felice intuizione, ma che oggi fatica a tenere insieme “storia e fondamenti”. 

 

È appena stata varata una (parziale) riforma della scuola italiana: quali sono le urgenze relative all’insegnamento della chimica e quale è l’eredità di Del Re in proposito?

Del Re, soprattutto nella parte finale della sua vita, si occupò molto e attivamente di problemi di tipo didattico, principalmente dell’insegnamento della chimica nelle Scuole Superiori. La riforma approvata dal parlamento al momento è poco più che una scatola, una cornice da riempire (come è, del resto, qualunque legge delega) e il governo si è dato un anno di tempo per farlo. Io credo che la Divisione di Didattica della Società Chimica Italiana (DD-SCI), debba (come sta già facendo) lavorare per attuare le potenzialità di miglioramento della didattica della Chimica che ci sono nella riforma. L’urgenza principale nell’insegnamento della chimica è la  ''formazione insegnanti'' per la quale nella legge delega ci sono diversi spazi di manovra. Innanzitutto il DDL cambia radicalmente, e ritengo in maniera positiva, il sistema di formazione e reclutamento dei futuri insegnanti. Fino ad ora, infatti, il sistema prevedeva innanzitutto una procedura di abilitazione (in passato la SSIS, ora il TFA) e poi il concorso di assunzione. Oggi è prevista un'inversione, prima il concorso, poi un anno di corso di specializzazione, un anno nel corso del quale si acquisiscono nuove competenze, ma un anno nel quale è già prevista una retribuzione.



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