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ANTI-ALZHEIMER/ Ecco la nuova strada per la produzione dei nano-farmaci

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Microscopia di fluorescenza: Amyposomes (in marrone) tra le cellule cerebrali (in blu) nel cervello di un modello animale di Alzheimer  Microscopia di fluorescenza: Amyposomes (in marrone) tra le cellule cerebrali (in blu) nel cervello di un modello animale di Alzheimer

Ma come funzionano queste nanoparticelle? Il loro bersaglio terapeutico è appunto la proteina ß-Amiloide: nel modello animale le nanoparticelle dopo tre settimane di trattamento, non solo hanno rimosso le placche di ß-Amiloide dall'encefalo, ma hanno anche favorito lo smaltimento dei frammenti della proteina tossica attraverso il circolo, da parte del fegato e della milza. L'eliminazione dei depositi di ß-Amiloide a livello cerebrale è stata associata a un recupero delle funzioni cognitive misurato con uno specifico test di riconoscimento degli oggetti.

«La terapia – ha spiegato Masserini - è basata su una strategia, impossibile da realizzare con un farmaco convenzionale, che utilizza uno strumento nanotecnologico, cioè particelle di dimensioni di un miliardesimo di metro. Nella ricerca pubblicata su “The Journal of Neuroscience” il trattamento è riuscito a frenare la progressione della malattia, ma stiamo anche valutando, per ora sempre sul modello animale, la possibilità di prevenirne l’insorgenza, intervenendo quando le capacità cognitive e la memoria sono solo minimamente compromesse. Se in futuro questi risultati saranno verificati nell’uomo, il trattamento, abbinato ad una diagnosi precoce permetterebbe ai malati di Alzheimer di condurre una vita pressoché normale».

Il primo importante passo in questa direzione è la nascita di AmypoPharma. Per riuscire nell’impresa i ricercatori hanno trovato il supporto della società svizzera Breslin AG, specializzata nella ricerca di fondi da investire in progetti nei campi biotech e salute. I fondi necessari a ottenere la certificazione IND (Investigational New Drug) per il prodotto Amyposomes e condurre a termine la sperimentazione clinica sono stimati in circa 14 milioni di euro che i ricercatori del team AmypoPharma contano di trovare anche tra gli investitori italiani. Le azioni della start-up sono detenute al 71% dai docenti e ricercatori di Milano-Bicocca che hanno sviluppato il brevetto e al 19,5% da Breslin; l’Ateneo partecipa con una quota del 5%. Il Ceo è Francesca Re, giovane ricercatrice di biochimica in Bicocca.

«Al momento – aggiunge Masserini – non esistono farmaci competitor nella cura dell’Alzheimer. Purtroppo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità confermano che a livello mondiale le persone che ne sono colpite sono in aumento, addirittura destinate a raddoppiare rispetto ai 30 milioni attuali entro il 2040. Il nostro progetto, se la sperimentazione clinica, come speriamo, darà risultati positivi può essere un esempio della capacità della ricerca di confrontarsi col mercato generando prodotti e fatturato».

Date le loro caratteristiche e la capacità di superare senza modificazioni la barriera tra sangue e cervello, oltre che contro l’Alzheimer gli Amyposomes potrebbero essere utilizzati anche nella cura di altre malattie neurodegenerative.



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