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DIBATTITI/ Macchine pensanti per individui che non pensano?

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Ma Carr ne è consapevole e non intende per nulla porsi alla testa di un movimento neo-luddista. È interessante piuttosto la prospettiva più generale nella quale egli inserisce le sue considerazioni critiche. La troviamo ben espressa nell’ultimo capitolo dove, riprendendo un concetto già preannunciato all’inizio, scrive: «La tecnologia ha sempre sfidato l’uomo a pensare a ciò che nella sua vita è importante, a chiedersi che cosa significhi essere umano. L’automazione, espandendo il suo influsso fino alle sfere più intime della nostra esistenza, alza la posta in gioco».

In quest’ottica, vale la pena raccogliere gli spunti che vengono dalle parti più propositive del saggio: quelle dove si fa riferimento all’ergonomia e alla possibilità, supportata da esempi, di “adattare gli strumenti e i luoghi di lavoro alle persone che li usano” e di progettare le macchine perché si “adattino al lavoratore” e non viceversa.

Carr è convinto, e riesce a convincerci, che quella dell’automazione non è una prigionia ineluttabile e che “ci sono modi per rompere la gabbia di vetro senza perdere i tanti vantaggi che ci vengono dai computer”. Può darsi che a tale scopo si debba arrivare a “mettere limiti all’automazione”; e perfino che si arrivi “ad accarezzare un’idea che ha finito per essere considerata impensabile, almeno nei circoli imprenditoriali: dare priorità alle persone sulle macchine”. Come racconta un designer, descrivendo l’introduzione del CAD nei suo studio: “la parte più difficile non era imparare a usare il software. Quello era piuttosto facile. Il difficile veniva al momento di imparare come non usarlo”.

Si tratta allora di imparare – e farlo imparare alle giovani generazioni – a utilizzare le macchine automatiche “come strumenti di esperienza piuttosto che come meri mezzi di produzione”. In ogni caso è chiaro che in gioco c’è qualcosa di rilevante: "in palio c’è la felicità".



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