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MEETING RIMINI 2015/ Cingolani (IIT): altro che idolatria; qui si tratta di fare tecnologia umano-centrica

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Quando è nato, una decina d’anni fa, le aspettative per l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) erano elevate: e non sono state disattese. L'obiettivo iniziale di promuovere lo sviluppo tecnologico del paese e l'alta formazione in ambito scientifico/tecnologico sembra raggiungibile e l'integrazione fra ricerca scientifica di base e sviluppo di applicazioni tecniche sembra praticabile; e il credito che si è conquistato anche a livello internazionale è notevole, soprattutto negli ambiti a elevato contenuto innovativo in molti settori: dalla medicina all'industria, dall'informatica alla robotica, alle scienze della vita, alle nanobiotecnologie.

Alla Direzione Scientifica dell’IIT dal suo inizio c’è Roberto Cingolani, milanese, laureato in fisica a Bari e poi professore di fisica all’Università di Lecce dove nel 2001 aveva fondato e diretto il Laboratorio Nazionale di Nanotecnologia dell’Infm. Cingolani interverrà oggi al Meeting di Rimini sul tema “Tecnologia: un grande bene o idolatria?”: il sussidiario.net l’ha incontrato.

 

Professor Cingolani, lei è un fisico ma dirige l’Istituto Italiano di Tecnologia: un esempio di discontinuità o forse un segno che oggi il confine tra scienza e tecnologia non è sempre così netto?

 

Oggi c’è l’esigenza di avere qualche forma di specializzazione; per definizione, la tecnologia va in tutti gli ambiti quindi per figure come la mia, che devono dirigere un grande laboratorio come l’IIT con tanti ricercatori in diverse discipline, è giusto partire da qualche forma di competenza specifica che poi però si deve poter estendere a settori diversificati. Tra l’altro negli ultimi  10 – 15 anni c’è strato un impressionante sviluppo delle scienze interdisciplinari e ciò deriva in particolare dallo sviluppo delle nanotecnologie che ci hanno costretto  a ridiscutere un po’ tutto il tradizionale approccio alla tecnologia e all’innovazione. Siamo ormai arrivati a poter manipolare gli atomi; le nanotecnologie funzionano grosso modo così: si parte dal basso, si prendono gli atomi e si costruisce quello che si vuole. Quindi si riparte in qualche modo da zero e certe barriere disciplinari spariscono: prendere carbonio, idrogeno e ossigeno e costruire una proteina (ambito biologico) non è molto diverso dal prendere atomi di carbonio e realizzare un foglio di grafene (ambito chimico e fisico).

Personalmente, come fisico, con un background da nanotecnologo, sono stato uno dei primi che ha assunto l’impostazione interdisciplinare, del resto, è più facile che un nanotecnologo si sposti verso la medicina o la robotica che non vicedversa.

 

Ci sono diversità nel modo di concepire e impostare la ricerca tra i diversi contesti mondiali? È diverso fare ricerca a Genova o a Boston o a Tsukuba?

 

Parto da una metafora. A calcio si gioca sempre allo stesso modo: le regole sono quelle, l’obiettivo è quello, portare la palla in rete; quindi contano le persone, la preparazione atletica, il modulo di gioco, l’estro dei campioni. La ricerca è come una competizione sportiva, dove conta la cultura, la genialità, l’intuizione, la capacità studiare intensamente… e come nel calcio gli investimenti infrastrutturali contano. È vero anche che in  alcuni casi, pur senza grandi investimenti ma avendo dei talenti si possono ottenere buoni risultati. La vera differenza nel fare ricerca in Italia e in altri paesi molto avanzati come Corea, Giappone, Germania, Stati Uniti è che oggettivamente da noi c’è meno sensibilità per l’importanza, non solo scientifica ma anche sociale, della ricerca. Da noi il mestiere del ricercatore non è valorizzato e non è stato reso attrattivo per i giovani: è un mestiere per gente appassionata; il ricercatore è uno mediamente considerato un po’ matto, al quale non interessano molto i soldi; è un po’ come un artistoide…. Invece in altri paesi quello del ricercatore è visto come il mestiere del futuro: è dai giovani che intraprendono questa strada che ci si attendono i miglioramenti anche per il mondo industriale e per la società nel suo insieme.

Questa diversità di concezione spiega anche perché da noi non si investe molto in ricerca.

 

Tecnologia: bene o idolatria? O forse entrambe le cose: dove vede l’una e dove l’altra?



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