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FUSIONE NUCLEARE/ Quei 5 millisecondi che portano sulla Terra (in California) l'energia delle stelle

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Alcuni quotidiani e siti web nazionali e internazionali nei giorni scorsi hanno rilanciato il risultato scientifico ottenuto dalla Tri-Alpha Energy Inc. (TAE) che ha annunciato un importante incremento di prestazioni del dispositivo per lo studio della fusione termonucleare che sta sviluppando. Giornalisticamente (ma non solo) la storia è ghiotta: una piccola start-up californiana, interamente supportata da investimenti privati, priva di sito web (curiosamente questo spinge alcuni a definirla “segreta”) sembra battere in velocità vasti consorzi “ufficiali” di ricerca con dotazioni multimiliardarie ottenendo la pole-position nella corsa verso quella che potrebbe essere tout court la soluzione del problema energetico mondiale e un enorme contributo a quello ecologico. 

Con questo materiale a disposizione si può agevolmente cucire una storiella avvincente, ottima per alimentare le chiacchierate con i vicini di ombrellone. 

La fusione termonucleare è il processo che alimenta le stelle: nuclei leggeri, come l'idrogeno, portati ad altissima temperatura e densità (uno stato della materia chiamato plasma) si fondono in nuclei più pesanti rilasciando una grande quantità di energia. La via maestra per produrre la fusione in modo industrialmente utile è costituita dal progetto di reattore sperimentale ITER in costruzione da un vasto consorzio internazionale che vede l'impegno delle maggiori istituzioni di ricerca sulla Fusione dei paesi industrializzati. ITER rappresenta il vertice di una famiglia di dispositivi (detti tokamak) nei quali il plasma viene confinato, cioè mantenuto a distanza da pareti ed altri oggetti materiali, principalmente (ma non solo) tramite un intenso campo magnetico di forma toroidale. 

L'intensità del campo magnetico toroidale, pari a 5.3 Tesla (circa 100000 volte il campo magnetico terrestre) unitamente al considerevole volume necessario (circa 830 metri cubi) per garantire un numero sufficiente di reazioni nucleari per secondo (7·10 alla 19) e un tempo sufficiente (circa 1 secondo) durante il quale l'energia prodotta venga trattenuta nel reattore, costituiscono importanti ostacoli tecnologici alla realizzazione di ITER e anche i suoi maggiori fattori di costo.

Alle difficoltà tecniche di ITER si aggiungono quelle di carattere gestionale, collegate oltre che alla complessità del progetto ingegneristico anche alla natura cooperativa dell'impresa: i partner internazionali contribuiscono fornendo parti della macchina e condividono la proprietà del know-how, base per la progettazione di reattori di interesse industriale. Un esperimento sociale e diplomatico oltre che scientifico, il cui avvio non è stato privo né di errori né di lungaggini.

È in questo contesto che occorre leggere il recente fatto di cronaca. Il dispositivo messo a punto da TAE, chiamato C-2, appartiene alla famiglia di confinatori magnetici nota agli esperti come Field-Reversed Condiguration (FRC). Spiegarne il nome e perciò le caratteristiche fisiche richiederebbe qui troppo spazio: può bastare sapere che in un FRC viene formata transitoriamente una configurazione magnetica toroidale chiusa senza che sia necessario un campo magnetico toroidale imposto dall'esterno.



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