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EVENTI/ Riusciranno i nostri storici a risolvere l’enigma dello strumento misterioso?

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L’Archivio Scientifico e Tecnologico dell’Università di Torino  L’Archivio Scientifico e Tecnologico dell’Università di Torino
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Mausone ci riferisce di un interessante intervento presentato al convegno da un gruppo del Fnr, Fondazione Scienza e Tecnica e Opificio delle Pietre Dure che ha studiato le laccature degli ottoni utilizzando tecniche non invasive per analizzare la speciale vernice; analisi di questo tipo spesso sono anche un mezzo per riconoscere gli autori di certi strumenti, perché a seconda del tipo di laccatura si può risalire alla località e all’ambientazione storica della realizzazione e spesso addirittura si può riconoscere uno specifico maestro costruttore.

Viene naturale chiedersi se ci siano strumenti il cui funzionamento non è ancora ben chiarito o dei quali non si riesce a capire l’utilizzo? «Certamente. Ogni museo che si rispetti ha degli oggetti “misteriosi”. E la nostra interlocutrice ci racconta di una simpatica consuetudine di questi convegni: «In ogni edizione del Convegno SIC nell’ultima giornata la città ospitante prende dal suo Museo storico qualche oggetto curioso che non si riesce ancora a decifrare in tutta la loro funzionalità e lo propone che ulteriore strumento da indagare. «Anche qui a Torino, nel nostro archivio ne abbiamo alcuni. Ad esempio, c’è un apparecchiatura vagamente a forma di tavolo che sostiene uno specchio argentato ricoperto da una lastra di ferro con una maniglia che serve per farlo scorrere, coprendo e scoprendo alternatamente lo specchio; vicino c’è un sistema che potrebbe servire per arrotolare della carta, forse per farla passare sullo specchio … Ma l’oggetto non è firmato, non riusciamo a sapere l’epoca della costruzione e neppure chi l’ha utilizzato, come e perché: l’abbiamo trovato in una cantina dell’università mescolato tra apparecchi scientifici e altri oggetti più legati all’attività degli uffici. Non abbiamo nessuna idea, nessuna ipotesi del suo possibile impiego». Ecco quindi che venerdì scorso, quando i partecipanti al convegno sono stati in visita alla manifattura Tabacchi sede dell’archivio, è stata lanciata la sfida «e vedremo se qualche storico o qualche scienziato riuscirà a risolvere l’enigma».

C’è da aggiungere che, accanto all’interesse strettamente scientifico, ricerche di questo tipo hanno una rilevanza più ampia e si intrecciano con altri temi tipici della cultura storica. Al convegno di quest’anno, data anche la ricorrenza, è stata proposto un focus particolare sulla strumentazione in tempo di guerra. La stessa Fausone ha presentato una ricerca sulle maschere antigas della Prima Guerra mondiale. «A Torino conserviamo un prototipo di maschera antigas realizzata dal professore di fisiologia umana Amedeo Herlitzka. Già la settimana dopo l’entrata in guerra dell’Italia, durante una seduta della Reale Accademia di Medicina di Torino uno degli accademici aveva posto il problema di come difendersi dagli attacchi con i gas velenosi. La settimana successiva Herlitzka presentava un modello di maschera, in celluloide, che avrebbe migliorato notevolmente i sistemi di protezione allora usati. In realtà poi quella maschera non è stata adottata per motivi puramente di praticità: il materiale utilizzato la rendeva piuttosto fragile e poco adatta ad essere inserita nell’equipaggiamento dei soldati. Tuttavia le soluzioni tecniche pensate da Herlitza erano interessanti e sono poi servite come base per mettere a punto maschere efficienti e più funzionali».

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