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CLIMA/ Dopo gli accordi della COP21, l’Italia rischia di restare alla finestra

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In effetti, quasi tutti i Paesi hanno aderito al documento conclusivo e c’è stato un generale riconoscimento  che siamo in un’epoca diversa, di evoluzioni rapide, dove le cause antropiche dei cambiamenti non sono più trascurabili. Invece di puntare su limiti di emissione assegnati ai singoli Paesi, si è preferito far sì che ogni Paese presentasse la sua “Nationally Determined Contribution” (NDC), decisa autonomamente ma corredata con un piano di azione per conseguirla (aggiornabile ogni cinque anni). L’adattamento non è più stato trattato come il segno del fallimento della mitigazione ma va inserito nei piani di azione su un piede di parità con la mitigazione; anche gli aiuti finanziari dei Paesi sviluppati dovranno riguardare non solo la mitigazione, ma anche l’adattamento.

La relatività del successo è comunque facilmente constatabile. Proprio perché i mutamenti sono così veloci, come le indagini scientifiche continuano ad attestare, bisogna ammettere che si fa ancora troppo poco. C’è il grosso nodo del controllo dei risultati delle azioni attuate: a chi spetta, chi ha gli strumenti adeguati per farlo, in modo efficace e riconosciuto? La forma data alla dichiarazione finale della COP21 non facilita certo il superamento dei molti ostacoli posti alla sua attuazione: «è un accordo poco chiaro giuridicamente», come ha spiegato Massimo Beccarello, dell’Università di Milano-Bicocca.

«I critici possono comunque dire – ha osservato ancora De Paoli - che si parte male perché l’affermazione che l’accordo ha l’obiettivo di non superare i 2 °C è falsa: gli INDC presentati, anche se pienamente attuati, non consentiranno di raggiungere tale risultato, sulla base dei modelli climatici attuali». Anche per quanto riguarda l’adattamento, resta «aperta la questione di capire meglio quali misure di adattamento sono considerate utili o necessarie».

Tra i fattori che potranno frenare le azioni efficaci conseguenti gli accordi di Parigi c’è anche la preminenza tuttora attribuita a ai governi centrali: il loro è ancora il ruolo principale e troppo poco è il peso assunto dagli altri attori. Come, ad esempio, le regioni. Ci si può chiedere se il celebre principio “Pensare globale ma agire locale”, più volte rilanciato dal segretario dell’Onu Ban Ki Moon in vista della COP21, potrà essere applicato.

Alcuni però ci stanno provando. Come Regione Lombardia che, col supporto della FLA (Fondazione Lombardia per l’Ambiente) aderisce al Climate Group e sta predisponendo un Piano di adattamento ai cambiamenti climatici. E non sono poche le Regioni che hanno sottoscritto il protocollo “Under 2° MOU” (Subnational Global Climate Leadership Memorandum of Understanding), col quale si impegnano volontariamente a contrastare il cambiamento climatico attraverso la riduzione delle emissioni climalteranti prodotte e l’adozione di misure di adattamento.

Vedremo se la ratifica del 22 aprile prossimo darà un’ulteriore spinta a tutte queste azioni; poi si potrà fare un primo bilancio in dicembre a Marrakech, alla COP22.



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