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LETTURE/ Allargare lo sguardo, per fare buona tecnologia

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Il terzo elemento caratteristico è riassumibile con il termine poco entusiasmante di compromesso ma che, a ben guardare, è il criterio che tutti pensiamo più giusto applicare di fronte a decisioni impegnative: si tratta di mettere su due piatti di una bilancia i costi e i benefici, le energie richieste e i vantaggi prevedibili di una determinata operazione.

Sintetizzando questi tre fattori in modo incisivo e suggestivo, l’autore arriva a dire: “Struttura, vincoli e bilanciamento sono le tre articolazioni di base del modo in cui pensano gli ingegneri e stanno all’ingegneria come il metro, il tempo e il ritmo stanno alla musica”.

Se questi sono i tre approcci con i quali l’ingegnere affronta i problemi, resta da capire come procede giorno dopo giorno l’attività che è segnata dall’obiettivo del miglioramento continuo dei prodotti e dall’ottimizzazione dei processi; un percorso che spesso porta alle innovazioni, alcune delle quali dirompenti. Qui il termine esplicativo è quello di ricombinazione: le innovazioni, grandi o piccole che siano, sono l’esito di procedimenti di ricombinazione, dove elementi diversi vengono connessi e riorganizzati secondo nuove modalità, dando vita a nuovi sistemi e nuove soluzioni. Il miglior esempio di questo è sotto gli occhi di tutti ed è Internet: “La Rete non è una cosa sola ma un conglomerato di cose che concorrono a formare un’unica entità. È una ricombinazione di inaudita complessità di microprocessori, unità di memoria, algoritmi e protocolli di comunicazione (l’elenco potrebbe continuare)”.

Con tutto ciò Madhavan è consapevole di non aver trovato la ricetta infallibile per generare tecnologia. C’è da mettere in conto un fattore che difficilmente trova posto nei corsi dei Politecnici ma che spesso risulta decisivo: “La buona riuscita o l’insuccesso di una tecnologia dipendono in misura determinante da variabili di tipo culturale”. Se da un lato è vero che sono le tecnologie, specie quelle più pervasive, a condizionare e a plasmare i nostri comportamenti quotidiani, fino a incidere sul comune modo di pensare, possiamo ancora ritenere che ciò non sia totalizzante e ineluttabile; c’è una irriducibilità di fondo nell’essere umano che gli dà la possibilità, se vuole, di governare lo sviluppo delle macchine; e lo strumento per esercitare tale governo non può essere a sua volta frutto di una macchina, deve avere un’altra origine. Di questo sembra accorgersi l’autore quando conclude: “Se vuole lavorare a servizio delle nostre società, l’ingegneria dovrà imparare a comprendere meglio le sottigliezze del comportamento umano. Dovrà allargare il proprio campo visivo arricchendosi del potenziale visionario, della saggezza e della creatività delle arti, dei saperi umanistici, delle scienze e della filosofia”.



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