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WHAT?/ Morcellini: come evitare che la tecnologia divida l'Italia

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Diciamo che la fortuna di questo aggettivo, "social", è inversamente proporzionale all'apertura della scoperta che gli altri sono la mia risorsa. Il fantastico luogo comune linguistico di quest'anno (il titolo del Meeting, ndr) allude a questo: tu puoi essere il mio bene, ed io aggiungo che questa citazione è importante perché apre al concetto di bene comune. Allora da un lato noi sappiamo che per molti versi i soggetti costruiscono la qualità delle loro interazioni con le tecnologie, quindi dobbiamo aprirci al fatto che c'è comunque un continente nuovo, quello regalato dalle nuove tecnologie, che si presenta come un'alba anche troppo promettente di felicità delle relazione e delle interazioni. Dall'altro vediamo solitudini sempre più mascherate dalla tecnologia, allora c'è anche qui un problema di contenuti. Dobbiamo aprirci all'idea che, come per la campagna sulla televisione in cui non ci accontentiamo della qualità attuale, anche sulle tecnologie bisogna aprire una disputa sui contenuti, non può essere solo gioco e divertimento. Devono diventare contenuti impegnativi, che ti cambiano, possibilmente per sempre; devono essere più artistici, più poetici, più collegati alla storia culturale italiana, all'identità, ai valori. Noi non accettiamo un'interpretazione della tecnologia che sia una secessione dal modello culturale italiano.

In Italia chi sta lavorando e come per un'educazione alle nuove tecnologie, sia di chi le produce che di chi ne fruisce?
Pochissimi, e tanto meno la politica, anche se qualche sforzo sulla scuola c'è stato. Diciamo che le università sono quelle che fanno di più, ma dovrebbero fare immensamente di più: non possono permettersi di fare solo laboratori, devono diventare un centro e un presidio di allargamento delle conoscenze sulle tecnologie, altrimenti lo stesso ruolo dell'università viene messo in discussione. Da un lato dico che l'università deve essere l'elemento che accompagna i giovani ad un uso critico delle tecnologie, non c'è nessuno nel nostro tempo che dica ai giovani di avere un piano regolatore dei loro comportamenti comunicativi, se non lo facciamo neanche noi professori significa che ci dimettiamo dall'essere professori.

(a cura di Emanuele Cambiaso e Mario Gargantini)



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