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WHAT?/ Ferrari (nanotecnologo): scienza o tecnologia, non possiamo fare a meno dei "limiti"

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In questo caso il dibattito va avanti da più di vent'anni, ma la realtà è che finora il loro utilizzo non ha mai ucciso nessuno e non ci sono evidenze pubblicate che dimostrino la loro dannosità. Credo quindi che le nanotecnologie siano "benigne" sotto il profilo del rischio e abbiano un'elevata utilità.

Oggi molte tecnologie sembrano volersi spingono oltre i limiti, sembra quasi non ci siano limiti a ciò che è manipolabile dall'uomo; siamo forse in una fase storica qualitativamente nuova nel rapporto tra uomo e natura?
Io non credo. C'è sicuramente un'evoluzione forte, ma non mi sembrano emergere nuovi principi etici, e se questa fosse una fase di trasformazione della scienza dovrebbero necessariamente nascere dei quesiti etici. Tutto ciò che ho potuto osservare è che vengono rinforzate alcune categorie della normale dialettica della scienza, che sono però categorie già esistenti; il fatto che non ne siano nate di nuove mi fa pensare che ci troviamo davanti ad un'evoluzione piuttosto che a una radicale trasformazione della scienza.

È giusto porre dei limiti? E chi li deve porre?
Certo, assolutamente, non solo è giusto, è fondamentale; ha a che fare con la definizione stessa di umanità e di civiltà. Chiaramente si possono avere visioni diverse su quali siano questi limiti, ma fare scienza senza pensare ai limiti è un pensiero, per essere gentile, quantomeno stravagante. Troviamo la nostra guida nella coscienza, la quale deve fare riferimento ai concetti di umanità, civiltà e dignità umana. I limiti vanno posti dalla società, non deve essere solo lo scienziato, che facilmente potrebbe farsi prendere dall'entusiasmo. Lo scienziato non deve mai nascondersi, deve porre i quesiti che ha di fronte, dare la sua opinione e rimettersi infine alla volontà della società che colloca i suoi quesiti in una narrativa di civiltà. Per me che sono ispirato da principi cristiani, i limiti sono molto chiari.

Quali aspetti ed esperienze nella sua vita di scienziato indicano che "tu sei un bene per me"?
Io vivo la scienza come un servizio al prossimo, specialmente dal momento che mi occupo di scienza medica, per me il prossimo è una motivazione, se non credessi nel "tu sei un bene per me" non sarei dove ora sono.

(a cura di Emanuele Cambiaso e Mario Gargantini)



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