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MORTE “DA SBALLO”/ L'effetto dei funghetti magici sui malati terminali e la pace eterna

Secondo alcune ricerche e studi americani, ingerendo le sostanze comprese nei funghi magici, il malato terminale fa esperienza del divino e della pace cosmica

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Si può fare esperienza della trascendenza? Ma cosa significa sostanzialmente? In filosofia ma soprattutto dal punto di vista religioso si tratta di momenti in cui la persona riesce a connettersi con un "al di là", e allo stesso tempo disconnettendosi dal nostro io cosciente e fisico che domina la stragrande maggioranza delle nostre vite. E' il segnale, secondo psicologi, teologi, studiosi di vari livelli, che dal punto di vista costitutivo siamo fatti non di una sola dimensione, ma di due, quella cognitiva reale e quella che rimanda a un io superiore. Ci sono esperienze mistiche, quelle vissute da alcuni santi, che erano capaci di portare la persona in un al di là divino, staccandosi completamente dal corpo fisico, ma per i comuni mortali, quelli più sensibili e di apertura più ampia, basta sentire un concerto, ammirare la bellezza della natura, per provare esperienze trascendentali. Per altri questo stato si raggiunge solo con "aiuti" chimici, la droga, o anche naturali, ma sempre indotti forzatamente nel nostro corpo.

Sarebbe più esatto parlare di alterazione mentale che di trascendenza. In un articolo pubblicato dal New York Magazine ad esempio si parla di come l'uso di psilocibina, sostanza attiva dei cosiddetti funghetti magici, come il peyote e altri, ha aiutato alcuni malati terminali ad affrontare i loro ultimi momenti nel massimo della serenità: "L'esperienza trascendentale è il momento di transizione in cui una persona si sente elevata, il senso di sé sparisce, si sente connessa a qualcosa di superiore. Chi è in questo stato riporta sensazioni di bellezza e rapimento, il tempo si ferma, si avverte unità con la natura e l’universo". E' quanto ha sperimentato Janeen Delaney a cui fu diagnosticato un tumore nel 2005. Presa una pasticca di psilocibina, si è seduta ascoltando un po' di musica e così è rimasta per ben otto ore: "Ero concentrata su quanto fosse bella la musica, ‘Adagio per archi’ di Samuel Barber, e mi sono accorta che il mio respiro seguiva la melodia. Quando la musica ha raggiunto il climax e le note più alte, ho trattenuto il respiro. Quando la musica è finita, ho accettato che andasse bene non respirare più. Allora ho capito: quando arrivi alla fine, va bene non respirare più. Avevo un posto nell’universo e ho trovato pace". La donna è poi morta nel 2015.

Bello, ma ovviamente si tratta di una esperienza indotta da sostanze stupefacenti, più o meno le sensazioni che prova un drogato di eroina, l'annullamento completo dell'io in una sorta di annichilamento del sé. Noi preferiamo vivere momenti di trascendenza accontendaci di guardare un tramonto al mare.

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