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Società

Il NYT, l'Italia e il relativismo dominante

L’Italia sta vivendo la convergenza tra un socialismo figlio dell’illuminismo radicale e un “cattolicesimo adulto” buono solo a giustificare moralmente il nuovo radical-marxismo
Il New York Times, in un articolo di prima pagina del 13 dicembre, ha affermato che l’Italia è a rischio di un generale e inarrestabile declino. Gli aspetti della crisi valutati nell’indagine sono molti, ma, in realtà, tutti riconducibili a un’unica grande causa: il venire meno di spirito ideale che si manifesta in alcuni aspetti rilevanti della vita sociale, economica e istituzionale. Il problema della violenza e della sicurezza, scoppiato clamorosamente nell’ultimo periodo, è solo il segnale più vistoso dell’incertezza nella vita delle persone: basta andare a vedere cosa accade nei luoghi di incontro e svago dei giovani (e non solo) per capire che il livello di vuoto di senso è spaventoso. “Senza significato – diceva Julian Carrón, leader di Comunione e Liberazione – viene meno l’interesse”. La stessa mancanza di significato si vede nella linea di certi opinionisti e commentatori per i quali il vero e il falso non sono criteri discriminanti per leggere la realtà. Domina infatti la logica del relativismo e dello scoop che propone quadri più confusi e inquietanti della realtà che vorrebbero descrivere. Questo si riflette nei costumi della gente, al punto da far tornare alla mente lo spettro dell’omologazione di cui parlava Pasolini.
Tale situazione di perdita di tensione ideale è particolarmente visibile nell’inedita miscela culturale soggiacente all’attuale coalizione di governo. È il primo avverarsi della “profezia” formulata qualche decennio fa da Augusto Del Noce: la convergenza tra un socialismo figlio dell’illuminismo radicale e dei suoi esiti relativisti e nichilisti e un “cattolicesimo adulto” che, privo di contenuto e di riferimento oggettivo, si limita a giustificare moralmente i contenuti posti da un nuovo radical-marxismo. La mancanza di vera idealità fa sì che in questa coalizione, capace di comprimere le non poche positive spinte riformiste presenti al suo interno, ognuno cerchi di strappare per sé il massimo di utilità “particolare” possibile. Non è strano, perciò, che lo Stato sia concepito, hobbesianamente, come l’ultimo tribunale abilitato a dirimere i continui feroci contrasti. Come sintetizzava don Giussani ad Assago nel 1987 al Congresso della Dc lombarda, ne deriva “un moralismo d’appoggio allo Stato, inteso come ultima fonte di consistenza per il flusso umano”. D’altra parte il centro-destra ha dimostrato una mancanza di coesione culturale che ha compromesso, ieri, l’efficacia dei suoi governi e, oggi, la sua azione di opposizione. Ne nasce un caos che spinge gli italiani ad affermare di non aver fiducia nella loro classe politica.
Il regime di statalismo imperante, d’altra parte, non riesce però neanche ad affermare l’autorevolezza dello Stato, ed è totalmente indifferente ai moltissimi segnali di ripresa della piccola, media e grande impresa e del mondo del non profit. Inoltre, la tassazione eccessiva e indiscriminata comprime i salari e deprime gli investimenti; le infrastrutture sono insufficienti; il welfare state che viene rilanciato è clientelare e inefficiente; è difeso il disastroso monopolio statale dell’istruzione; in numerosi settori è permesso un potere di veto pressoché totale ai sindacati. Il conseguente rischio di un declino economico è reale. Ce n’è per non sottovalutare l’appello del New York Times.
Il presidente Napolitano in visita a New York ha risposto invitando a scommettere di nuovo sull’Italia capace di reagire grazie ai suoi “animal spirits” di keynesiana memoria. Basterà? È la giusta direzione? Si cercherà di rispondere nei prossimi “Punti di fuga”.
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