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Società

La sussidiarietà fiscale: la sfida del prossimo futuro

Oggi, di fronte alle nuove esigenze di ridimensionamento della spesa pubblica, è richiesto lo sforzo di una nuova progettualità politica che renda il cittadino più “padrone” delle imposte
“Taking right seriously” è stato il titolo di un fondamentale volume di Dworking; parafrasandolo si può sostenere l’analogo rispetto alla sussidiarietà fiscale: solo se si arriva fino a questa implicazione la sussidiarietà è presa sul serio. Non è un caso che molto del lavoro dell’Intergruppo per la Sussidiarietà si sia concentrato, in questa legislatura, intorno a questa prospettiva con eccellenti risultati: ad esempio, la “Più dai, Meno versi” e il nuovo “5 per mille” hanno consentito l’avvio di una importante modernizzazione del sistema di Welfare, non solo perché hanno migliorato il regime fiscale relativo alle erogazioni al Non Profit, colmando lo storico ritardo dell’Italia rispetto ad altri Paesi, ma anche perché hanno consentito di rivisitare quella forma di governance dove il monopolio statale sulla decisione di spesa sui servizi sociali ha spesso favorito gli interessi dei fornitori - burocrati, sindacalisti, ecc.- anziché quelli dei destinatari. È innegabile, infatti, che una rendita di posizione ha protetto i fornitori di servizi dalla concorrenza, che hanno spesso utilizzato l’apparato a loro vantaggio, mentre i destinatari del servizio non hanno avuto alcuna voce in capitolo. Si trattava di un assetto complessivo tollerabile quando il sistema, sostenuto dalle scelleratezze della “finanza allegra”, riusciva comunque a compensare quelle rendite con una alta protezione sociale. Oggi, di fronte alle nuove, incombenti esigenze di ridimensionamento della spesa pubblica, quello che un tempo poteva apparire fisiologico diventa patologico e richiede lo sforzo di una nuova progettualità politica e istituzionale che rassegni sovranità al cittadino, rendendolo più “padrone” delle imposte. Mentre sul piano della sussidiarietà fiscale orizzontale sono stati fatti importati progressi, molto resta ancora da fare sul livello verticale, quello del federalismo fiscale, che rappresenta da diversi punti di vista “il tema del futuro” per un Paese come il nostro che con la riforma costituzionale del 2001 ha decentrato fondamentali competenze legislative. Il tema si presta ad un affronto bypartisan: per questo motivo potrebbe essere raccolto con efficacia dall’Intergruppo. Oggi continuano a valere le linee di fondo del d.lgs. n. 56/2000, contestato da tutte le Regioni del Sud perché si è dimostrato incapace sia di generare comportamenti responsabilizzanti (di fatto quel decreto continua una logica da “finanza derivata”, sebbene mascherata), sia a garantire solidarietà. Mantenere un modello di sostanziale finanza derivata in un Paese dove sono state decentrate forti competenze legislativa crea enormi confusioni, dissocia la responsabilità impositiva da quella di spesa, rende ingovernabili i conti pubblici: non solo gli enti locali, ma nemmeno le strutture statali accettano davvero la nuova logica federalista e si favoriscono così le duplicazioni di strutture e le inefficienze. Per tutta la legislatura si è cercato in vario modo di congelare la spesa di Regioni ed Enti locali; ma questo è avvenuto senza federalismo fiscale, quindi facendo di tutta un’erba un fascio con meccanismi surrogatori che spesso hanno premiato gli sprechi e punito i virtuosi, senza riuscire a garantire effettivi miglioramenti della situazione. La Corte costituzionale, che in più occasioni ha ribadito l’urgenza di attuare il nuovo art.119 Cost., ha ultimamente dato segnali forti, colpendo molti di questi meccanismi surrogatori: la sentenza che sul finire del 2005 ha dichiarato incostituzionale il cd. “taglia spese” è stata emblematica della necessità di iniziare ad invertire la tendenza. Negli ultimi mesi, infine, una forte convergenza di molte Regioni, sia del Nord che del Sud (soprattutto), si è registrata intorno alla proposta elaborata dall’Alta commissione di studio per l’attuazione dell’art. 119 Cost. (ACoFF), che ha anche ottenuto il pieno riconoscimento del Fondo Monetario Internazionale (cfr. il parere sull’economia italiana del 2.11.05). Tale consenso deve la sua fortuna ai tre principi sui quali la proposta dell’ACoFF è stata costruita: sussidiarietà fiscale, correlazione, solidarietà responsabilizzante. Sulla base di tali principi l’ACoFF ha formulato una ipotesi di strutturazione del sistema tributario della Repubblica che consentirebbe non solo un governo molto più virtuoso dei conti pubblici, ma anche una spinta complessiva all’efficienza. In particolare garantirebbe: il passaggio dalla sperequazione alla responsabilizzazione; la minimizzazione del fondo perequativo; un nuovo tipo di inquadramento delle entrate. Solo per esemplificare uno dei possibili risultati, è utile evidenziare che attuando la proposta ACoFF la dipendenza del Sud dal fondo perequativo, per effetto dell’utilizzo di tributi distribuiti in modo uniforme sul territorio nazionale (cosa che non fa il d. lgs. 56/00 in vigore), ammonterebbe a poco più di mezzo punto di Pil, pur garantendo il pieno finanziamento delle funzioni assegnate (calcolate a costi standard). Per fornire una dimensione della cifra è utile ricordare che gli incentivi alle imprese, dispersi in oltre quattrocento leggi (spesso dal sapore clientelare) raggiungono una cifra superiore! È chiaro che in questi termini si dimostra come anche il tema del federalismo fiscale, nell’interesse di tutti, possa essere affrontato in una logica di modernizzazione del Paese, in modo ben diverso da come spesso lo ha ridotto una certa retorica solo per motivi di parte: una sfida quindi interessante per l’Intergruppo.
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