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Società

Vivere il carcere come redenzione

Come afferma su Il Biellese del 3 aprile 2007 il sostituto commissario Emilio Verrengia, negli ultimi anni venti detenuti nella sezione ad elevato indice di vigilanza “hanno manifestato a tutte le autorità competenti il desiderio di intraprendere un percorso di inserimento nella vita sociale benché non immediato”. Alla richiesta hanno risposto positivamente il personale di polizia carceraria, il magistrato di sorveglianza, gli educatori e la direttrice del carcere. Sono cominciati così incontri in cui, parlando della vita carceraria, si sono messi a tema i valori più importanti e la stessa concezione dell’esistenza umana. Questa novità si è connessa con il suggerimento di promuovere corsi di formazione che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva fatto alle direzioni delle carceri dopo l’indulto. Perché il percorso di riabilitazione continuasse, le autorità competenti del carcere di Biella hanno proposto un corso di computer ai detenuti.

E’ possibile oggi un cammino di redenzione umana, quando si sia commesso qualcosa di grave? Se lo saranno domandati in molti, in questi giorni, pensando alla vicenda del “buon ladrone”.
Un anno fa, in occasione dell’indulto, si erano rinfocolati pruriti giustizialisti, di destra e di sinistra, ma allora, come adesso, pochi hanno citato i fatti positivi in atto che stanno dando corpo all’intento riabilitativo dell’articolo 27 della Costituzione. Eppure questi fatti non mancano. Uno, tra i tanti, viene dal carcere di Biella. Come afferma su Il Biellese del 3 aprile 2007 il sostituto commissario Emilio Verrengia, negli ultimi anni venti detenuti nella sezione ad elevato indice di vigilanza “hanno manifestato a tutte le autorità competenti il desiderio di intraprendere un percorso di inserimento nella vita sociale benché non immediato”. Alla richiesta hanno risposto positivamente il personale di polizia carceraria, il magistrato di sorveglianza, gli educatori e la direttrice del carcere. Sono cominciati così incontri in cui, parlando della vita carceraria, si sono messi a tema i valori più importanti e la stessa concezione dell’esistenza umana.
Questa novità si è connessa con il suggerimento di promuovere corsi di formazione che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva fatto alle direzioni delle carceri dopo l’indulto. Perché il percorso di riabilitazione continuasse, le autorità competenti del carcere di Biella hanno proposto un corso di computer ai detenuti.
A ciò si sono aggiunte la disponibilità e la professionalità del personale di polizia penitenziaria e il corso si è svolto con successo, nel mese di marzo, in una stanza all’interno della sezione. Gli “alunni” hanno collaborato con entusiasmo e impegno e hanno raggiunto una buona preparazione. I risultati sono ancora più rimarchevoli se si pensa che, per le limitazioni legate alla loro condizione, alcuni di loro devono limitarsi ad utilizzare i pc durante le sole ore di lezione.
Quale morale trarre da questa vicenda? Chi non conosce la realtà carceraria può pensare che quanto iniziato al carcere di Biella sia qualcosa di ultimamente insignificante. Invece è segno di grande speranza e novità, considerando anche le difficoltà e le apprensioni che aperture di questo tipo suscitano (sono state presentate in proposito due interrogazioni parlamentari che esprimono preoccupazione a riguardo di ordine e sicurezza del corso).
Nonostante il cinismo di molti opinionisti, nel nostro Paese il desiderio di una vita più umana non è morto. La volontà di un cambiamento virtuoso può manifestarsi addirittura da chi, in carcere, vive la libertà come ritrovata condizione del cuore. Per noi, gente apparentemente libera ma, come ha detto don Julián Carrón in un recente incontro, piena di lamenti e ansiosa di mutare la “cella” della circostanza in cui siamo, è davvero una bella lezione. C’è veramente da chiedersi, come fa il Papa nella Sacramentum caritatis, “che cosa possa ultimamente muovere l’uomo nell’intimo”.
 

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