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Società

Per curare la “malattia carcere” c’è il vaccino della second life

Il ministero della Giustizia non ha il monopolio delle risorse e delle competenze necessarie ad accompagnare i detenuti nella loro second life: una autentica politica penitenziaria ha bisogno del concorso di tutto il pubblico e il privato-sociale disponibile

All’indomani dell’approvazione dell’indulto, invitato con il ministro Clemente Mastella a uno spettacolo della compagnia teatrale di Rebibbia penale, ho assistito a una scena surreale: man mano che lo spettacolo andava avanti, la compagnia si assottigliava e, tra abbracci e lacrime, alcune vecchie glorie e consumati attori dell’istituto romano si congedavano dai loro compagni, improvvisamente raggiunti dall’ordine di scarcerazione della Procura della Repubblica. “Correre il rischio del bene” è l’unico modo per far fronte radicalmente – ovvero, a partire dalle radici del problema – alla “malattia carcere” di cui scrivono dal carcere di Biella: correre il rischio del bene significa restituire il carcere alla società, perché se ne faccia carico, senza infingimenti. Una cura omeopatica (capace cioè di curare la febbre con la febbre) e tutt’altro che astratta, anzi: fatta di uomini e donne in carne e ossa che escono dal confino carcerario e scommettono insieme con noi su una second life, reale e non virtuale.
Ci abbiamo provato, poco meno di un anno fa, e ad oggi pare che ci abbiamo azzeccato: una mobilitazione straordinaria di risorse umane, finanziarie e materiali, dei ministeri, delle Regioni, degli Enti locali, del terzo settore e del volontariato, cui finora corrisponde un tasso di recidiva estremamente contenuto, ben lontano dai suoi livelli abituali (tra coloro che finiscono di scontare la pena senza usufruire di sconti e benefici).
Oggi la popolazione detenuta nelle carceri italiane non raggiunge la capienza regolamentare di 43mila unità: non succedeva da quindici anni. Oggi è possibile sperimentare, per coloro che sono rimasti in carcere, politiche e interventi più attenti ai bisogni umani e di reinserimento sociale che quelle persone esprimono. Abbiamo iniziato da una piccola, ma simbolicamente rivoluzionaria, iniziativa: la chiusura del reparto detentivo per detenute madri nel carcere milanese di San Vittore e l’apertura di una casa a custodia attenuata. Un luogo (un appartamento) dove i figli di quelle donne possano non percepire la clausura forzata delle madri e la loro esclusione dal mondo grande che c’è oltre le sbarre. Ora ci attendono la riforma del sistema di assistenza sanitaria e il superamento di quel residuo manicomiale che si annida negli ospedali psichiatrici giudiziari. Ma il discorso dovrà allargarsi al recupero delle finalità trattamentali delle case di reclusione e alle offerte di istruzione, formazione, lavoro e cultura per la generalità delle persone detenute. Anche per le persone assegnate a circuiti di alta sicurezza, per i quali deve valere – come per chiunque altro – il principio della finalità rieducativa della pena.
Nelle scorse settimane, il Consiglio dei ministri ha fatto la sua parte, proponendo la riforma della legge sull’immigrazione e l’abrogazione delle norme più odiose sulla recidiva (“ex Cirielli”). Speriamo che si possa fare altrettanto, e altrettanto bene, sulle droghe. Intanto la Camera ha trasmesso al Senato la proposta dell’istituzione del Garante nazionale delle persone private della libertà.
Ognuno di questi piccoli passi contribuisce a dare senso alla audace scelta di correre il rischio del bene. Affrontare la “malattia carcere” richiede, infatti, un lavoro faticoso, che ha bisogno di scelte legislative coerenti, ma soprattutto del concorso di molti altri soggetti, istituzionali e non. Nel bene come nel male, quelle movimentate settimane delle scarcerazioni seguite all’indulto ce lo hanno insegnato: una politica penitenziaria non ottusamente reclusoria ha bisogno del concorso di tutto il pubblico e il privato-sociale disponibile; il ministero della Giustizia ha molte responsabilità, ma non è autosufficiente, non ha il monopolio delle risorse e delle competenze necessarie ad accompagnare i detenuti nella loro second life. Ne siamo consapevoli e consapevolmente chiamiamo a raccolta le forze, magari anche – se ne è iniziato a discutere – in una grande assise di enti e istituzioni, operatori e responsabili, uomini e donne di buona volontà, riuniti nella prima conferenza nazionale sull’esecuzione penale.

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