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Società

Più comunità serve alla democrazia

Le democrazie sono afflitte da un permanente dilemma: hanno bisogno di una forte coesione attorno a un’identità politica, ma proprio questo porta a escludere coloro che non possono o non vogliono aderire alla visione identitaria della maggioranza

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La dinamica dell’esclusione e la nuova immigrazione
Anche in una democrazia si può parlare di dinamica dell’esclusione, una tentazione che sorge dall’esigenza di un livello più elevato di mutua comprensione, fede e impegno, che spinge a delimitare il confine della comunità originale, rendendo più difficoltosa l’integrazione degli outsider. Può anche spingere a quella che chiamo esclusione interna, cioè alla creazione di un’identità comune attorno a rigide formule di politica e di cittadinanza, che rifiuta di considerare possibili alternative e richiede la subordinazione di ogni altro aspetto identitario dei cittadini. Ciò è particolarmente importante nella nostra epoca, in cui la vastità del fenomeno migratorio sta rendendo tutte le società più multiculturali. In questo contesto, una risposta di tipo “giacobino”, l’assimilazione rigorosa a una formula che comporta un’intensa esclusione interna, sta divenendo sempre meno sostenibile.
C’è stato un sottile cambiamento di mentalità nella nostra civiltà, coincidente probabilmente con gli anni Sessanta, per cui si è notevolmente ridotta l’idea che si debba sopprimere la propria diversità per rientrare nel canone dominante nella società. Femministe, minoranze culturali, omosessuali, gruppi religiosi, tutti tendono a chiedere che la formula dominante venga modificata in modo da potersi inserire nella società.
Il cambiamento riguarda anche gli immigrati. Molti di loro vogliono assimilarsi sostanzialmente alla società in cui sono entrati e vogliono esserne accettati come membri a pieno titolo, ma sempre più spesso vogliono farlo con i loro tempi e a modo loro, e nel corso del processo si riservano il diritto di modificare la società cui pure vogliono assimilarsi, come nel caso degli ispanici negli Usa.
La Francia ha avuto in passato un successo pressoché totale nell’assimilazione degli europei dell’Est e degli altri immigrati, mentre sta incontrando grandi difficoltà con i magrebini. Questa differenza, che riflette anche un’insieme di altri fattori, come una maggiore differenza religiosa e problemi occupazionali, credo derivi comunque in parte da un nuovo atteggiamento diffuso fra gli immigrati.
Il precedente senso di gratitudine verso il nuovo Paese per il rifugio e le opportunità offerte, che sembrava rendere ogni rivendicazione di distinzione quasi ingiustificata e fuori luogo, è stato rimpiazzato da qualcosa di più difficile da definire. Si sarebbe tentati di dire da qualcosa di simile alla dottrina centrale di molte religioni: la terra è stata data in comune a tutto il genere umano, quindi un determinato territorio non appartiene solo a coloro che vi sono nati, così come il concederlo non compete esclusivamente a loro. Per potervi accedere, perciò, non si è moralmente tenuti ad accettare qualsiasi condizione venga imposta.
Due nuove caratteristiche emergono da tale cambiamento. Innanzitutto, la posizione prima attribuita agli ispanici negli Stati Uniti si è diffusa, seguendo l’idea che la cultura cui si sta aderendo è qualcosa in continua evoluzione, e che quindi anche gli immigrati hanno la possibilità di contribuire a determinarne il futuro. L’immigrazione viene sempre più vissuta secondo questa concezione, invece che in una dimensione di semplice assimilazione unidirezionale.
In secondo luogo, si sta intensificando un fenomeno che, seppur presente da lungo tempo, ora sembra pienamente “normale”: alcuni gruppi d’immigrati si comportano moralmente, culturalmente e politicamente come una “diaspora” del loro Paese d’origine. Sta divenendo cioè sempre più comune, e non più messo in discussione, che ci si possa percepire, ed essere percepiti, per esempio come canadesi a pieno titolo, pur essendo pesantemente coinvolti nelle sorti del proprio Paese d’origine. 
Il dilemma della democrazia odierna
Le democrazie sono afflitte da un permanente dilemma, in quanto hanno bisogno di una forte coesione attorno a un’identità politica, ma proprio questo porta all’esclusione di coloro che non possono o non vogliono aderire alla visione identitaria in cui la maggioranza si riconosce. Oltre a essere criticabile da un punto di vista morale, questo atteggiamento è contrario all’idea di legittimità della sovranità popolare, che consiste nel realizzare il governo di tutto il popolo.
La soluzione è difficile da delineare, ma un primo passo importante è riconoscere questo dilemma, perché consente di capire come molto spesso esso possa essere affrontato solo con l’impegno a ridefinire con creatività la nostra identità politica. Il dilemma dopotutto sorge perché alcune definizioni, spesso storicamente canonizzate, non soddisfano tutti coloro che sono moralmente legittimati alla cittadinanza. Tuttavia, troppo spesso la reazione è di rendere tale identità originale persino più assoluta e intoccabile, proprietà esclusiva di un certo popolo con il suo territorio e la sua storia, che può esistere solo sotto questa e non altre identità.
Questo richiamo alle origini può verificarsi sia con registri repubblicani che nazionali. Nel primo caso, le caratteristiche particolari della propria costituzione repubblicana diventano assolute e sacrosante. Viene pertanto alla superficie un certo fondamentalismo giacobino, come per esempio in Francia, dove indossare il velo nelle scuole è ritenuta un’infrazione del principio di laicità della tradizione repubblicana francese. Il principio generale della neutralità dello Stato, indispensabile in una democrazia moderna, è fuso metafisicamente con una particolare modalità storica di realizzazione, che diventa a sua volta altrettanto innegoziabile.
Si può considerare questa come una reazione da panico, comprensibile anche se disastrosa: dinanzi a qualcosa di non familiare e inquietante, ci si schiera con le antiche fonti dell’identità comune. Tale reazione è facilitata dalla convinzione che la costituzione originale abbia inteso risolvere il problema dell’identità politica una volta per sempre, senza tener conto degli inevitabili cambiamenti delle situazioni nel tempo. Questo tipo di fondamentalismo rischia quindi di rinnegare la storia.
Il ritorno alle origini tipiche del registro nazionale ci è più familiare e le sue conseguenze devastanti ci sono immediatamente evidenti. La pretesa di fondo è che un certo territorio appartenga di diritto a una certa identità storica, etnica, culturale, linguistica o religiosa, non importa quali altri popoli vivano lì, anche se da secoli.
Nelle società liberali, molti reagiscono a queste posizioni condannando il nazionalismo e non la democrazia. Questa sembra però essere una soluzione affrettata. La parola “nazionalismo” ha molti significati. Per Herder comportava un senso di liberazione, consonante con la democrazia. Non dobbiamo costringerci in un’omogeneità artificiale per vivere insieme in pace, possiamo riconoscere diverse identità “nazionali” (come sosteneva Volk) e persino dar loro espressione politica, perché ciascuna in questo atto di riconoscimento accetta di non essere universale, di dover coesistere con altre identità ugualmente legittime. Questo ci conduce verso l’idea che ritengo la chiave per risolvere creativamente il dilemma dell’esclusione, l’idea cioè di condividere lo spazio identitario. Le identità politiche debbono essere elaborate, negoziate, coniugate creativamente tra i popoli che debbono o vogliono vivere insieme in un’organizzazione statuale (e questa coesistenza è sempre fondata su un misto di necessità e scelta). Inoltre, queste soluzioni non sono mai per sempre, ma devono essere continuamente riscoperte o reinventate dalle generazioni successive.
L’idea di nazionalismo che crea seri problemi è quella che Gellner così definisce: «il principio politico che sostiene che l’unità politica e quella nazionale debbano essere congruenti». Secondo questa idea, il problema della condivisione di uno spazio d’identità viene risolto dando a ogni nazione un proprio territorio, sul quale possa erigere il suo Stato nazionale. Il carattere utopico, persino assurdo, della proposta balza subito all’occhio. Anche prescindendo dalle migliaia di gruppi che potrebbero reclamare lo status di nazione, dando a ciascuno la sua porzione di territorio, ogni pur minuscolo stato avrebbe comunque sue minoranze nazionali interne, dato il miscuglio inestricabile esistente tra le popolazioni. Questo schema utopico potrebbe essere portato avanti solo attraverso massicce pulizie etniche.
Una simile idea può funzionare solo considerando alcune nazioni più uguali di altre, cui sarebbe permesso di costituire il proprio stato, dove gli altri vivrebbero come minoranze, se ammesse []. Come già visto per l’ipotesi repubblicana, anche qui spunta l’idea irrealistica di una soluzione definitiva al problema della coesistenza democratica, con la speranza ancora una volta di fermare la storia, di fissarla in un determinato momento originale, in cui il popolo coincideva con il proprio territorio. Di nuovo, ciò che si offre come soluzione del problema può solo esacerbarlo fino a provocare un aspro conflitto.
L’ipotesi proceduralista
La convinzione che il problema sia il nazionalismo in quanto tale può accreditare un’ulteriore utopia, quella di un’identità politica fondata puramente sugli elementi repubblicani, senza alcun riferimento alle identità nazionali o culturali.
Dinanzi alla prospettiva di dover riunire così tante differenze di cultura, origine, esperienza politica e identità, è naturale la tentazione di definire l’unità più in termini di liberalismo, piuttosto che di identità dei cittadini. L’attenzione dovrebbe essere posta interamente sui diritti individuali e sulle procedure democratiche e legali, piuttosto che sui punti di riferimento storico-culturali, o sulle concezioni di convivenza in base alle quali i cittadini definiscono le loro identità. In breve, la tentazione è di andare verso quella che Michael Sandel definisce una «repubblica procedurale».
Tale ipotesi ha un grande vantaggio. Se nella comprensione dei ruoli e dei diritti del cittadino ci si astrae da qualsiasi concezione di convivenza civile, non è più necessario sostenere gli uni a sfavore degli altri. I diritti vengono riconosciuti in quanto cittadini, indipendentemente da carattere, aspetto esteriore, fini perseguiti, genere, razza, orientamento sessuale, ecc.
Ora, non vi è alcun dubbio che questa sia una dimensione importante di ogni società liberale; la questione è se possa essere la sola base per il nostro vivere comune in una democrazia, se questo sia l’approccio valido in ogni contesto.
Alcuni trovano difficile ipotizzare un’alternativa, ma questa resa al proceduralismo non è la soluzione al dilemma democratico; al contrario, molto spesso contribuisce ad attivarlo. In alcuni casi, infatti, la conservazione di un’identità culturale storica è così importante per un gruppo che sopprimerne ogni menzione finisce per alienarlo.
Inoltre, la via procedurale suppone che si possano distinguere in modo incontrovertibile procedure neutrali e fini sostanziali, ma è molto difficile strutturare una procedura che sia vista come neutrale da chiunque. Il punto è che si pensa che procedure, carte dei diritti o principi distributivi non debbano entrare nel terreno accidentato delle sostanziali differenze dei modi di vita. Non c’è però alcun modo per verificare che ciò sia possibile. Il caso del velo nelle scuole francesi è indicativo di come sia difficile affermare la neutralità del principio di laicità.
L’errore è ritenere che la neutralità delle decisioni possa essere garantita dal loro emergere da determinati principi o procedure. Si coltiva così l’illusione che non vi sia necessità di discutere sul ruolo di questi simboli, confrontandosi con le reali e oggettive differenze di appartenenza religiosa esistenti. Nessuna procedura può però dispensare dalla necessità di condividere lo spazio identitario.
La condivisione dello spazio identitario, unica soluzione
La mia tesi è che una piena comprensione del dilemma dell’esclusione democratica mostra come non ci sia alternativa a questa condivisione dello spazio identitario. Ciò implica la necessità di negoziare un’identità politica comunemente accettabile, anche di compromesso, tra le differenti identità personali o di gruppo che vogliono o debbono vivere in una società organizzata politicamente. Alcuni aspetti dovranno, ovviamente, essere non-negoziabili: i principi basilari delle costituzioni repubblicane, tra cui la democrazia stessa e i diritti umani. Tale fermezza deve essere accompagnata dal riconoscimento che questi principi possono essere sviluppati in modalità differenti e non potranno mai essere applicati in maniera neutrale senza alcun confronto con le sostanziali differenze religiose, etiche e culturali esistenti nelle società. Non ci si può astrarre dalle identità storiche, ma nemmeno si può accordare loro uno status di monopolio: non possono esserci pretese esclusive su un territorio in nome di diritti storici.
Non è questo il luogo per specificare i risvolti pratici di tutto ciò, ma del resto non vi sono molte indicazioni generali: le soluzioni debbono essere ricondotte alle situazioni particolari. Alcuni meccanismi politici sono già noti, come per esempio alcuni modelli di federalismo, o statuti speciali per minoranze come in Scozia e Catalogna. Rimangono tuttavia molte altre modalità da sperimentare. Nel frattempo, ci potrà essere d’aiuto percepire con maggiore chiarezza la natura del nostro dilemma democratico, poiché l’accumularsi di proposte di soluzione irreali e astoriche continua a minare i nostri sforzi di affrontare i crescenti conflitti che da tale dilemma sorgono.

Quest’idea distorta di nazionalismo giustifica la pretesa da parte di identità nazionali storiche di monopolizzare il controllo sul “loro” territorio. Nei casi peggiori, questo si conclude in uno scenario simile a quello jugoslavo. Nei casi migliori, come con il Partito del Quebec, le minoranze vedono garantiti i loro diritti, ma viene vigorosamente respinta l’idea di condividere con loro uno spazio identitario.

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