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Società

Niente guerre per la vita ma solo testimonianza

Quando si sono tradotti i principi morali in battaglie frontali si è persa la partita. Quale è la debolezza di questa traiettoria moderna? Il venir meno di una esperienza di novità vissuta

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L’attuale situazione demografica del nostro paese presenta impressionanti analogie con quella dell’Impero romano nel suo declinare. Il sociologo californiano Rodney Stark, che si dichiara agnostico, nel suo libro “Ascesa e affermazione del Cristianesimo”, 2007, basandosi su numerose fonti, mostra che nel mondo pagano l’aborto era un metodo di contraccezione di massa, nonostante i pericoli gravissimi che comportava, e l’infanticidio era praticato spesso nel caso di figli ammalati o handicappati. Il matrimonio era un’istituzione in grave crisi e le famiglie erano poco numerose. Per tutte queste ragioni la natalità era in vertiginosa diminuzione e non riusciva a compensare la forte mortalità.
In questo contesto i cristiani erano una palese eccezione. Erano nettamente contrari ad aborto, infanticidio, pratica della prostituzione, omosessualità, perché mossi da un amore all’uomo e all’ordine naturale delle cose che veniva loro dall’imitazione e dall’immedesimazione nella persona di Gesù Cristo, riconosciuto presente nelle loro comunità. Manifestavano questa differenza attraverso la loro esperienza quotidiana che non poteva non colpire tutti coloro che la vedevano, anche i nemici più acerrimi. L’amore alla vita, anche la più debole, poneva interrogativi a chi era uso valutare gli esseri umani solo per il loro potere e la loro ricchezza. Perciò, pur non facendo di questa concezione una battaglia politica capace, con leggi acconce, di costringere i pagani ad adeguarsi ai loro usi più umani, nel giro di qualche secolo, nonostante la caduta dell’Impero romano e le nuove sfide date da usanze barbare altrettanto antiumane, le loro concezioni in merito a matrimonio e rispetto per la vita nascente divennero prassi prevalenti nella nuova Europa cristiana.
Uno scenario opposto si riscontra nel secolo scorso in paesi cattolici come l’Irlanda, la Polonia, l’Italia, la Spagna. Una legislazione confacente ai principi cristiani e una morale prevalente che si rifaceva agli stessi principi, non è riuscita ad impedire il distacco di molti da un modo umano di trattare l’amore e i figli in arrivo. Secondo uno studio del prof. Bernardo Colombo, pubblicato nel 1976 - ovvero due anni prima dell’entrata in vigore della legge 194 - su “Medicina e Morale”, rivista dell’Università Cattolica, il numero di aborti in Italia era già tra i 100.000 e 200.000 (i dati più recenti parlano di 130.000, di cui 36.000 di donne straniere). Successivamente, i cattolici si sono impegnati - e ancora si impegnano - con alterni risultati, nella sacrosanta battaglia perché la legislazione non divenga del tutto aliena dal rispetto della vita umana. Ad esempio, grazie anche al loro impegno, la legislazione sull’aborto in Italia, con la 194, è risultata meno distruttiva che in altri paesi. Tuttavia, quando si sono tradotti i principi morali in battaglie frontali, fino al referendum sull’aborto, ovunque si è persa la partita. Quale è la debolezza di questa traiettoria moderna? La dimenticanza dell’insegnamento della storia, il venir meno, già quando la legislazione e la morale erano favorevoli, dell’esperienza di novità vissuta e testimoniata da persone e famiglie più liete, anche di fronte a situazioni e scelte che chiedono più sacrificio e fatica, ma capaci di contagiare tutti con l’evidenza di fatti visibili. Ogniqualvolta l’impegno morale e politico mette in ombra questo oscuro e quotidiano lavoro di educazione e testimonianza, quelle che sembrano scorciatoie si rivelano in poco tempo una via senza uscita.

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