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Società

Fisco e famiglia, una questione di equità

Il corretto riconoscimento dei carichi familiari costituisce il pilastro di una corretta politica familiare. L’Italia deve invertire la rotta, valorizzando la soggettività sociale della famiglia. La petizione del Forum delle Associazioni Familiari

Le trasformazioni epocali del nostro tempo coinvolgono e quasi trascinano via uno dei concetti cardine elaborati dalla scienza politica e giuridica moderna: l’idea di sovranità.
Oggi appare particolarmente urgente mettere a tema non solo il concetto di sovranità della persona ma anche il concetto di famiglia come società sovrana, che viene prima dello Stato e del mercato e come tale gode di diritti sociali propri anche in relazione al concorso alla spesa pubblica.
In quest’ottica il principio di sussidiarietà viene individuato come l’unico idoneo a riformare la sovranità della famiglia come soggetto sociale anche in campo fiscale implicando ad esempio, la precedenza del risparmio fiscale (deduzioni-detrazioni) rispetto all’assistenza pubblica (assegni familiari). Non togliere al contribuente-padre di famiglia, attraverso l’imposizione fiscale, le risorse indispensabili al mantenimento di ciascun familiare a carico, gli riconosce un ben diverso grado di di sovranità, rispetto al ricevere dallo Stato provvidenze varie.
Le risorse ricevute dallo Stato non consentono, nell’uso delle stesse, lo stesso grado di libertà delle risorse autonomamente guadagnate; è un modo per trasformare un cittadino, che senza un’ingiusta imposizione fiscale disporrebbe di risorse proprie, in un assistito. La possibilità dell’auto-sostentamento è prioritaria rispetto all’assistenzialismo statale.
Il sistema fiscale italiano da un lato, in coerenza con il dettato costituzionale, assume in linea di principio che i costi per il mantenimento dei figli a carico deve essere riconosciuto, dall’altro nel fissare le detrazioni sembra voler disincentivare le famiglie a generarli e a farsi carico del loro mantenimento. Il riconoscimento dell’impegno economico costituito dalla presenza di familiari a carico, che avviene in parte soltanto per i redditi più bassi con lo strumento degli assegni familiari, è confinato in un’ottica di intervento assistenziale. Quasi completamente trascurata è l’esigenza di equità orizzontale, nonostante la Carta costituzionale sottolinei la rilevanza sociale ed economica delle funzioni della famiglia. A differenza di quanto avviene in gran parte dei paesi europei, in Italia il sistema fiscale sembra ritenere che la capacità contributiva della famiglia sia influenzata in misura irrilevante dalla presenza dei figli a carico e dell’eventuale scelta di uno dei coniugi di dedicare tempo alla cura e all’educazione dei figli. Il costo del mantenimento dei minori e degli adulti inoccupati è praticamente considerato alla stregua di una mera “donazione privata”.
All’origine sta un’ideologia individualistica che nega qualsiasi soggettività sociale alla famiglia, qualsiasi rilievo pubblico alla funzione di mantenimento, educazione e cura dei figli.
I figli sono visti come un bene privato, non come nuove generazioni del paese, per cui il loro costo resta in pratica interamente a carico di chi se li può o se li vuole permettere, non sono comunque considerati anche come un investimento per il futuro dell’intera società.
Di fatto c’è una notevole differenza nella generosità con cui il fisco riconosce il valore sociale dell’impegno del proprio denaro. Se un lavoratore con un reddito di 25mila euro spende mediamente per mantenere due figli 16mila euro, potrà fruire di un risparmio di imposta di circa 1.000 euro, se la stessa cifra viene versata nelle casse dei partiti il risparmio sale a 3.000 euro. Se si hanno 91mila euro e si spendono 32mila euro per mantenere quattro figli, non ci sarà nessun riconoscimento fiscale per tali spese; viceversa se la stessa cifra viene erogata ad un partito è premiata con un risparmio fiscale di 6.080 euro. Eppure la preoccupante denatalità che affligge il nostro paese dovrebbe rendere evidente il valore sociale, anzi prioritario del mantenimento e dell’educazione dei figli.
Il Forum delle Associazioni Familiari ha messo a punto, fin dagli inizi del suo impegno politico, una proposta di riequilibrio del carico fiscale che tenga conto dei carichi familiari, perché un sistema fiscale equo non può basarsi solo sull’equità verticale, garantita dalla progressività delle aliquote, ma deve tendere a realizzare un vera equità orizzontale per cui a parità di reddito, chi ha carichi familiari da mantenere non può pagare la stessa entità di tasse richieste a chi non ne ha (come, peraltro, recita l’articolo 53 della Costituzione).
Pertanto la proposta del Forum, che viene sottoposta al consenso delle famiglie italiane attraverso la sottoscrizione di una petizione popolare, prevede una deduzione dall’imponibile che tenga conto, anche se gradualmente, del costo annuo del mantenimento di ciascun figlio a carico (la somma media necessaria è di circa 7.000 euro l’anno per figlio).
Le deduzioni devono essere concesse a tutti i cittadini con figli (deduzioni universali), non vanno cioè previsti tetti di reddito che determino esclusioni, in quanto non si tratta di una misura contro la povertà ma di una misura di equità fiscale). Questo, del resto, è quanto avviene per le agevolazioni fiscali concesse relativamente alle spese a cui si riconosce una finalità sociale (rottamazione auto o motorini, ristrutturazioni edilizie ecc.). Quanto all’entità della deduzione dall’imponibile deve essere uguale per tutti e pari ai costi minimi di mantenimento di un figlio, perché ciò che è indispensabile per vivere non può essere considerato reddito tassabile.
La proposta del Forum delle Associazioni Familiari affronta infine il problema dei cosiddetti “incapienti” (coloro cioè che hanno un reddito così basso da non poter godere del beneficio delle deduzioni) l’indicazione è quella di introdurre un’integrazione al reddito pari alla deduzione non goduta.
Il corretto riconoscimento dei carichi familiari costituisce il pilastro di una corretta politica familiare. Non si può sperare che l’Italia riprenda a crescere se non si inverte la rotta, valorizzando la soggettività sociale della famiglia e rinunciando alla visione paternalistica di uno Stato che tassa il reddito della famiglia come se non ci fossero carichi familiari, per poi ridistribuire quanto incassato con criteri essenzialmente assistenziali. Il nostro sistema è più a misura di impresa che di famiglia, dimenticando che la prima “impresa” della società è la famiglia. Se invece la famiglia è vista come risorsa e investimento, e non come costo, il paese può tornare a crescere.

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