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Società

"Guerra civile" tra Stato e camorra: servirà tempo per un cambiamento

Il segnale dei tempi nuovi, perché produca gli effetti sperati, dovrà essere udito forte e chiaro. E, soprattutto, dovrà suonare a lungo

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Oddio, sarà vero? Non scherza il ministro dell’Interno Roberto Maroni quando afferma al Senato che «lo Stato risponderà con ogni mezzo» all’aggressione della camorra sul territorio campano? I cinquecento soldati spediti nella terra dei “casalesi” per dare man forte a polizia e carabinieri sono espressione di una manovra pubblicitaria o rappresentano davvero la volontà del Governo di riprendersi il controllo dl territorio?

 

Sono queste le domande che si fanno gli abitanti di Napoli e delle aree più densamente popolate da personale criminale, perché di parole ne sono state spese tante negli anni, ma di fatti se ne sono visti pochi.

La “guerra civile” della quale Maroni riferisce ai colleghi del Parlamento insanguina da sempre il suolo della Campania (ma anche della Calabria e della Sicilia) e non sembra che finora la risposta sia stata adeguata alla gravità della situazione.

Fidarsi o non fidarsi? Questo è il problema. E da come verrà risolto dipenderà in buona parte il successo o meno dell’azione di contrasto. Per svilupparsi e prosperare, la malapianta criminale ha bisogno del consenso o per lo meno della non ostilità dell’humus nel quale affonda le radici e che dà nutrimento al tronco e ai rami. Collaborare con la Giustizia, l’esperienza insegna, appare un atto innaturale spesso pagato con la vita.

Prima che il sentimento collettivo cambi, prima che la gente perbene prenda il coraggio di dichiararsi tale e di comportarsi di conseguenza, prima che la fiducia nello Stato e nella Giustizia soppianti la certezza che al male non c’è alternativa né rimedio, prima di tutto questo, dovrà trascorrere il tempo che ci vuole.

Il segnale dei tempi nuovi, perché produca gli effetti sperati, dovrà essere udito forte e chiaro. E, soprattutto, dovrà suonare a lungo.

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