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Società

J’ACCUSE/ L’apocalisse dei ghiacciai? È tutta da dimostrare

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In Karakorum i dati sono invece di difficile lettura. Se infatti alcuni ghiacciai sono risultati in regresso, altri presentano condizioni di stazionarietà o mostrano addirittura evidenze di avanzata. È quella che i ricercatori chiamano la Karakorum anomaly, un’anomalia non connessa direttamente al clima ma piuttosto collegata a modificazioni temporanee nella circolazione dell’acqua all’interno ed al fondo dei ghiacciai. Variazioni nel drenaggio endo e subglaciale causano infatti repentini aumenti nella velocità dei ghiacciai (fasi di accelerazione definite surge) e altrettanto rapide avanzate frontali che avvengono con diversa periodicità e che sono ancora in parte oggetto di studio da parte dei ricercatori. Ciò che finora è certo è che questi fenomeni sono particolarmente diffusi in Karakorum e che il loro verificarsi rende ancor più difficile delineare le tendenze glaciali di quella regione.

 

A complicare ulteriormente la situazione vi è poi l’azione esercitata da polveri e particolato atmosferico (atmospheric soot), di origine naturale (dust,frazione fine dei sedimenti trasportata dal vento, ceneri vulcaniche) o antropica (black carbon conseguente ai processi di combustione, agli incendi, alle attività industriali). La loro presenza, che sembra negli ultimi anni sempre maggiore, alla superficie dei ghiacciai delle alte montagne dell’Asia riduce la riflettività di neve e ghiaccio ed aumenta l’assorbimento di energia solare e la conseguente fusione, accelerando, soprattutto nel periodo tardo primaverile, la scomparsa delle neve stagionale ed amplificando le perdite glaciali. Secondo alcuni ricercatori dust e black carbon sarebbero responsabili di variazioni di riflettività (e quindi di aumento di assorbimento di energia) di nevi e ghiacci del Tibet variabili tra l’1 ed il 5 per cento e pertanto non trascurabili. Questi risultati suggerirebbero quindi non solo di limitare le emissioni di gas serra per contenere il global warming ed i suoi effetti ambientali ma anche di controllare le emissioni di particolato e polveri. È interessante sottolineare che alcuni studi in questo campo sono iniziati anche sulle Alpi e risultati preliminari ottenuti per il Ghiacciaio del Morteratsch in Svizzera sembrano confermare quanto emerso per il Tibet. Le ricerche in questo settore sono però solo agli inizi ed è necessario approfondire le misure sperimentali per verificare quantità ed effetti dell’atmospheric soot sui ghiacciai delle Alte catene dell’Asia.

 

Per approfondire questa tematica e per contribuire a colmare le attuali lacune conoscitive, nel 2008, nell’ambito del 7° Programma Quadro dell’Unione europea, è stato finanziato un progetto internazionale per lo studio degli effetti della variabilità nivo-glaciale sui deflussi idrici nell’area dell’Himalaya indiano e nell’autunno 2009 è partito un progetto (denominato Paprika, ndr), finanziato dal ministero della Ricerca francese, finalizzato alla valutazione dell’impatto della fusione nivo-glaciale sul regime idrico di alcune valli campione dell’Himalaya Nepalese.

 

Questi progetti produrranno risultati quantitativi entro la fine del 2011. Solo allora la comunità scientifica disporrà di dati aggiornati e basati anche su indagini di terreno per identificare chiaramente le tendenze in atto e tentare di modellare l’evoluzione futura dei ghiacciai delle Alte catene dell’Asia e delle risorse idriche derivanti. Sarà in questo modo possibile proporre strategie di adattamento a possibili diverse (in termini di quantità e/o distribuzione temporale) disponibilità di acqua, includendo ovviamente anche strategie di pianificazione agricola e colturale. Senza la necessaria base conoscitiva le azioni potrebbero rivelarsi inutili o poco efficaci.

Per ora quindi non vi sono certezze se non quella che i ghiacci delle alte cime dell’Asia d’ora in poi saranno nel mirino dei ricercatori per comprendere cosa stia accadendo e suggerire strategie di azione mirate ed efficaci.

 

 

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