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Società

AFRICA / 3. L’enigma della prevenzione dell’AIDS: quali sono le ragioni del Papa?

Caro Direttore, Siamo operatori sanitari e sociali che da decenni lavorano al servizio della popolazione affetta ed infetta dall’AIDS. La nostra esperienza indica che quanto il Papa ha detto è ragionevole, realistico e basato sui dati di fatto. Vorremmo quindi con la nostra lettera arricchire il dialogo con fatti e dati scientifici.

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Caro Direttore, vorremmo contribuire all’acceso dibattito che ha fatto seguito alle dichiarazioni del Santo Padre alla conferenza stampa concessa durante il volo verso il Camerun. Siamo operatori sanitari e sociali che da decenni lavorano al servizio della popolazione affetta ed infetta dall’AIDS. La nostra esperienza indica che quanto il Papa ha detto e’ ragionevole, realistico e basato sui dati di fatto. Vorremmo quindi con la nostra lettera arricchire il dialogo con fatti e dati scientifici. La ringraziamo della sua attenzione.

Sam Orach - Uganda Catholic Medical Bureau, Kampala - Uganda George William Pariyo – Makerere University School of Public Health, Kampala – Uganda Rose Busingye – Meeting Point International, Kampala – Uganda Ronald Kamara – Uganda Catholic Secretariat, Kampala – Uganda Filippo Ciantia – AVSI, Kampala – Uganda Lawrence Ojom – St Joseph’s Hospital, Kitgum – Uganda Thomas Odong – AVSI, Kitgum – Uganda Joseph Lokong Adaktar - Uganda Martyrs University - Faculty of Health Sciences, Nkozi - Uganda

L’enigma della prevenzione dell’AIDS: quali sono le ragioni del Papa?

Le dichiarazioni di Papa Benedetto XVI sull’AIDS1 alla conferenza stampa concessa ai giornalisti durante il volo verso Yaoundé in Camerun, sono realistiche, ragionevoli e scientificamente fondate.

Domanda: Santità, tra i molti mali che travagliano l’Africa, vi è anche e in particolare quello della diffusione dell’Aids. La posizione della Chiesa cattolica sul modo di lottare contro di esso viene spesso considerata non realistica e non efficace. Lei affronterà questo tema, durante il viaggio?

 

Papa: Io direi il contrario: penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. Penso alla Comunità di Sant’Egidio che fa tanto, visibilmente e anche invisibilmente, per la lotta contro l’Aids, ai Camilliani, a tutte le Suore che sono a disposizione dei malati … Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con slogan pubblicitari. Se non c’è l’anima, se gli africani non si aiutano, non si può risolvere il flagello con la distribuzione di profilattici: al contrario, il rischio è di aumentare il problema. La soluzione può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi. Perciò, direi questa nostra duplice forza di rinnovare l’uomo interiormente, di dare forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell’altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova. Mi sembra che questa sia la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e così offre un contributo grandissimo ed importante. Ringraziamo tutti coloro che lo fanno.

Come ha affermato Benedetto XVI, ci sono prove evidenti in Uganda e nella maggioranza dei paesi africani che “la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà”. Non è necessario documentare lo straordinario contributo offerto da Suor Miriam Duggan, dall’ospedale di Kitovu, dai gruppi Meeting Point, dall’ospedale di Lacor, da Reach Out Mbuya, e molte altre realtà della Chiesa cattolica.

É altrettanto vero che, come ha ripetuto ancora una volta il Papa “non si può superare questo problema dell’Aids solo con slogan pubblicitari”. L’Uganda, con la guida del presidente Museveni e la coraggiosa partecipazione della sua popolazione a tutti i livelli, inclusi i leader religiosi e tradizionali, non si è limitata a chiedere aiuto. Gli ugandesi hanno agito con una strategia chiara e decisa, basata sull’astinenza (ritardare il debutto sessuale) e sulla fedeltà (“zero grazing”). Non si è trattato neppure di livelli di finanziamento: negli anni decisivi, quando la diffusione calò dal 15% nel 1992 al 6% nel 2004, il costo del programma di controllo dell’AIDS, fu di 23 centesimi di dollari procapite.2

Veramente “non si può risolvere il flagello (dell’AIDS) con la distribuzione di profilattici: al contrario, il rischio è di aumentare il problema.” La nostra esperienza dimostra che la posizione della Chiesa sul condom e l’AIDS è la più ragionevole e scientificamente solida per la prevenzione della epidemia.

L’Uganda ha una storia di successo nella lotta contro l’AIDS.3 4 L’esperienza ugandese è stata perfino definita come “un vaccino sociale”.5 L’approccio globale alla prevenzione che sarebbe stato in seguito definito “ABC”, sebbene inizialmente una risposta veramente indigena e locale alla pandemia, è diventato un approccio inclusivo e basato sulla evidenza per la prevenzione della trasmissione sessuale dell’HIV. Per molti anni abbiamo partecipato alla lotta contro la malattia, e riconosciamo che la Chiesa e la religione in generale hanno avuto un grande impatto nel rallentare la diffusione della epidemia, attraverso un lavoro educativo dei giovani e della popolazione ad un uso responsabile della loro sessualità. Sappiamo della importanza che i preservativi possono avere nei gruppi ad alto rischio; tuttavia vi sono solo prove limitate o non dirette che le misure preventive comuni e più conosciute (includendo il marketing sociale dei preservativi, il test volontario e il counselling, il trattamento sindromico o di massa delle malattie sessualmente trasmissibili) abbiano contribuito alla riduzione o al rallentamento della diffusione dell’HIV nelle epidemie generalizzate.6 7 8 9

Le riviste mediche più importanti hanno pubblicato studi che dimostrano come il fattore più rilevante nella riduzione della diffusione in Uganda sia stata la riduzione dell’attività sessuale casuale e con più partner (il B dell’ABC). Da allora l’evidenza di un ruolo centrale della riduzione dei partners, unito a una riduzione del sesso prematrimoniale, è emerso decisamente nel più recente declino della diffusione in Kenya, Zimbabwe, Etiopia e Malawi. In Uganda, Kenya e Zambia un aumento dell’astinenza sessuale è associato alla riduzione della diffusione.10 In Uganda la percentuale dei giovani tra 15 e 24 anni che riferivano attività sessuale nell’ultimo anno si è ridotta dal 53% al 16% tra le femmine e dal 60% al 23% tra i maschi, dal 1988 al 1993.11 In Kenya si sono registrate simili riduzioni nella attività sessuale prematrimoniale nell’anno precedente, dal 56% al 41% tra i maschi e dal 32% al 21% tra le femmine dai 15 ai 24 anni, dal 1988 al 1993.12 Tutte le storie di successo in Africa sono state precedute da riduzione nella attività sessuale casuale e nel periodo pre-matrimoniale, in genere verificatisi dai 5 ai 6 anni prima che tale declino si evidenziasse.13

Ancora in Uganda la presenza dell’HIV era più bassa (6,4%) tra le persone che non avevano mai fatto uso di condom, rispetto ad una prevalenza del 9% tra coloro che avevano fatto precedentemente uso del preservativo.14 L’uso del condom era associato ad una più alta prevalenza di HIV sia tra uomini che tra donne. Lo stesso studio ha mostrato che le regioni del West Nile e del Nord Est del paese che registrano le percentuali più basse di infezione da HIV (2,3% e 3,5% rispettivamente) allo stesso tempo erano tra le regioni con i più bassi livelli di conoscenza del preservativo di tutto il paese, i più bassi livelli di attività sessuale nelle ultime 4 settimane (41,5% e 50,45% rispettivamente), e il più basso numero di partner sessuali (media di 1,7 e 1,8 rispettivamente per le donne e 5,2% e 4,0% rispettivamente per gli uomini). La percentuale di persone di età compresa tra 15 e 59 anni impegnata in attività sessuale ad “alto rischio” era in queste due regioni tra le più basse: per le donne il 5,5% (la più bassa) nel West Nile e 8,6% nel Nord Est, mentre per gli uomini era 29,45% e 18,55% rispettivamente. La percentuale di giovani tra i 15 e i 24 anni che avevano avuto attività sessuale prima di 15 anni era pure tra le più basse, essendo il 9,6% e il 5,2% rispettivamente per le femmine e 12,05% e 7,1% per i maschi. È inoltre interessante notare come la diffusione di HIV fosse più bassa (1,6%) tra i maschi non circoncisi che tra i circoncisi (2,4%) contrariamente alla situazione del resto del paese.

La regione del West Nile non è isolata dal resto del paese, con intensi movimenti quotidiani di persone per strada e per via area da e per Kampala. Ogni giorno molte persone si muovono dalla Repubblica Democratica del Congo e dal Sud Sudan attraverso il West Nile verso Kampala. Inoltre il West Nile è una delle aree del paese che si stanno riprendendo dai conflitti dell’era di Amin. Tutti questi elementi indicano che un elevato uso del preservativo non è stato il fattore decisivo che possa spiegare la bassa infezione registrata in queste due regioni. Si tratta di comportamento.

I determinanti dei cambiamenti avvenuti in numerosi paesi africani sono comportamenti chiaramente in linea con l’insegnamento della Chiesa cattolica, comportamenti che scienziati, sociologi e leader culturali dovrebbero approfondire al fine di identificare nuove vie per combattere l’AIDS. Inoltre le recenti tendenze verso un livellamento della diffusione in Uganda possono essere attribuite ad un “discostarsi” dall’originale e verificata strategia indigena ugandese. Si registra infatti una inaccettabile pressione da parte di esperti ed organizzazioni occidentali per spostare l’attenzione dagli efficaci A e (soprattutto) B verso il discutibile C. Questo è soprattutto dovuto al tabù occidentale circa la impossibilità di cambiare il comportamento sessuale, interferendo con la libertà personale. Ciò è semplicemente ipocrita, quando nell’affrontare le problematiche del fumo, dell’alcolismo e della droga vengono considerati ed applicati ben differenti approcci.

Il messaggio del Papa invece di essere biasimato o censurato, dovrebbe essere un richiamo alle ben dimostrate dinamiche della trasmissione dell’HIV, non solo in Uganda, ma in tutta l’Africa. Infatti è ormai universalmente riconosciuto che il principale determinante della epidemia nella regione sia il mantenimento di relazioni sessuali multiple e contemporanee. Qualsiasi soluzione che non consideri pienamente questa realtà, e la necessità di evitare tale rischio, è destinata a fallire. Noi invitiamo ad evitare ogni interpretazione della religione cattolica e dell’insegnamento del Papa pregiudizialmente contro la scienza, semplicemente perché ciò è contro l’evidenza dei fatti.

NOTE

1 Intervista del Papa durante il volo verso l'Africa - http://www.zenit.org/article-17580?l=italian 2 Low-Beer, Daniel, 'This is a routinely avoidable disease.” Financial Times (Nov 28, 2003) 3 Edward C. Green, Daniel T. Halperin, Vinand Nantulya, and Janice A. Hogle. Uganda’s HIV Prevention Success: The Role of Sexual Behavior Change and the National Response. AIDS and Behavior 2006; Volume 10, Number 4: 347-350. 4 USAID. What happened in Uganda? – Declining HIV Prevalence, Behavior Change and National Response http://www.synergyaids.com/Documents/WhatHappenedUganda.pdf 5 Stoneburner RL, Low-Beer D. Population-level HIV declines and behavioral risk avoidance in Uganda. Science 2004; 304: 714–18. 6 Gregson S; Adamson S; Papaya S; Mundondo J; Nyamukapa CA; Mason PR; Garnett GP; Chandiwana SK; Foster G; Anderson RM. (2007) Impact and process evaluation of integrated community and clinic-based HIV-1 control: A cluster-randomised trial in eastern Zimbabwe PLOS MED. 4: 545-555; UNAIDS (1999) Trends in HIV incidence and prevalence: Natural course of the epidemic or results of behaviour change?. Geneva: UNAIDS. 36 p.; Stephenson JM, Obasi A (2004) HIV risk reduction in adolescents. Lancet 363: 1177–1178; Kamali A, Quigley M, Nakiyingi JS, Kinsman J, Kengeya-Kayondo J, et al. (2003) Syndromic management of STIs and behaviour change interventions on transmission of HIV-1 in rural Uganda: A community randomised trial. Lancet 361: 645–652; Quigley M, Kamali A, Kinsman J, Kamulegeya I, Nakiyingi JS, et al. (2004) The impact of attending a behavioural intervention on HIV incidence in Masaka, Uganda. AIDS 18: 2055–2063; Sherr L et al. Voluntary HIV testing in rural Zimbabwe - what is the uptake, impact on sexual behaviour and HIV incidence 3 years later? Third South African AIDS Conference, Durban, abstract 46, 2007; Matovu JKB et al. Voluntary HIV counselling and testing acceptance, sexual risk behaviour and HIV incidence in Rakai, Uganda. AIDS 2005, 19: 503-511; Padian NS et al. Diaphragm and lubricant gel for prevention of HIV acquisition in southern African women: a randomised controlled trial. The Lancet (online edition), July 13th, 2007; Gray RH et al. Randomised trials for HIV prevention. The Lancet (online edition), July 13th, 2007. 7 Shelton, James D. Ten myths and one truth about generalised HIV epidemics. The Lancet 2007; 370: 1809-1811 8 David Wilson. Partner reduction and the prevention of HIV/AIDS: the most effective strategies come from communities. British Medical Journal 2004; 328: 848-49. 9 Shelton, James D. Confessions of a condom lover. The Lancet 2006; 368: 1947-1949. 10 Bessinger R, Akwara P, Halperin D. Sexual Behavior, HIV and Fertility Trends: A Comparative Analysis of Six Countries; phase I of the ABC Study. Chapel Hill, NC: Measure Evaluation, 2003. Cheluget B, Baltazar G, et al. Evidence for population level declines in adult HIV prevalence in Kenya. Sexually Transmitted Infections 2006 82; Suppl 1: i21-6. 11 Bessinger et al, 2003. 12 Kenya DHS. Available at www.measuredhs.com. 13 DHS. Available at www.measuredhs.com 14 Uganda Ministry of Health. Uganda HIV/AIDS Sero-behavioral Survey 2004-05.

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