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Società

TERREMOTO ABRUZZO/ Giannino: quella carità spontanea che ci interroga tutti

Siamo tutti interrogati nel profondo dallo stupore pressoché generale per l'Italia che riscopre carità e fratellanza, coesione e unità, e si prodiga in una gara di solidarietà che esclude pochi o nessuno

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M'interroga nel profondo, lo stupore pressoché generale per l'Italia che riscopre carità e fratellanza, coesione e unità, e si prodiga in una gara di solidarietà che esclude pochi o nessuno, al punto che la Protezione Civile deve chiedere a tutti di disciplinare le centinaia di eterogenee offerte di intervento e di prestazione di beni e servizi, di sangue e denaro, cibo e posti letto.

M'interroga per almeno tre ordini di ragioni. Che hanno sapori diversi. La prima, di un arancio amaro. La seconda, di una susina immatura. La terza, è l'onesta mela che mi riporta alla convinzione più di fondo del mio pensare.

L'arancio amaro viene da uno stupore che in me è di segno ben diverso da quello prevalente. Che in tanti stupiscano, e i commenti di tanti paludati media per primi, dice quanto il senso comune che orienta tanti analisti avesse una volta di più smarrito la consapevolezza vera che l'Italia è e resta Paese la cui cultura popolare, prima ancora che fede, è secolarmente ancorata alla risposta che il Cristo dette allo scriba, quell'"ama il prossimo tuo come te stesso" che veniva subito dopo la professione di fede monoteista del Deuteronomio, perché nel cristianesimo l'amore per il prossimo è binomio inscindibile da quello per Dio che ha scelto di farsi uomo. Gli italiani questa cosa non la "riscoprono": ce l'hanno nel cuore da venti secoli, checché possa dire chiunque. Ce l'hanno quanto più profondamente i ceti, le forme e gli ambiti in cui si esprime sono quelli popolari, nei quali vive e s'incarna la Tradizione di lungo periodo della nostra identità culturale e valoriale. Lo stupore prevalente perché vi sia ancora e si manifesti tanto con forza, di fronte al sisma e alla sua scia di lutto e dolore, testimonia che coltivare l'amore per l'uomo nella modernità scomposta in cui viviamo è come dover talora e anzi spesso coltivare un campo in notturna, perché i tecnici agrimensori dell'opinione secolarizzata non ti vedano, e non pensino che sei impazzito, se non mostri di perseguire un immediato tornaconto..

La susina immatura ha quel gusto di acerbo che inevitabilmente viene al palato, al constatare che in talune di queste innumerevoli solidarietà si manifesti comunque il segno del tempo, cioè la gara a mostrarsi in testa, a ostentarsi primi e migliori, a non essere secondi a nulla e nessuno. Una sorta di marketing dove a contare è talora il brand e la ragione sociale o d'impresa di chi aiuta, assai più di quel che davvero porta. Diciamola tutta: tra centinaia di migliaia di italiani che donano in silenzio e in forma anonima, e Madonna che dichiara al mondo il suo mezzo milione, sono per prendere di corsa anche il mezzo milione, ma pur non condannando per principio le leggi dello star system preferisco di gran lunga gli anonimi donatori di sé e del proprio.

L'onesta mela finale mi conferma invece nella mia scelta di fondo, la centralità essenziale della persona e della sussidiarietà, rispetto al collettivismo, all'olismo e allo statalismo in ogni sua forma. Il punto essenziale non è solo quello di "vivere" con pensieri e opere l'amore per l'altro. Perché ciò ha inevitabilmente a che fare con l'etica, la coscienza, la fede: scelte tutte di libertà individuale, anche se esse vengono poi a tradursi in azioni e contesti organizzati su base liberamente associativa. Come tutte le scelte individuali, riguardano coloro che le hanno già maturate dentro di sé e ne sono convinti.

Il punto è un altro, per chi come noi è convinto della sussidiarietà come modello essenziale di organizzazione economico-sociale. In fasi dolorose come queste, nel soccorso immediato alle vittime del sisma come nella successiva ricerca poi dei migliori modelli da seguire per avviare la ricostruzione non solo delle case crollate e dei centri urbani, ma di un'intera economia comunitaria ferita a morte, chi è sussidiarista "deve" cercare di dimostrare non solo che l'operato "dal basso" di milioni di cittadini e di migliaia di associazioni del volontariato e del Terzo Settore è un'imprescindibile moltiplicatore di forza, rispetto a quanto possono fare le sole diverse articolazioni dello Stato. Dobbiamo ricordare a tutti e mostrare nei fatti che la sussidiarietà innanzitutto è il sistema più efficiente e generatore di migliori pratiche e risultati.

La sua superiorità non sta solo nel comandamento operante dell'amore per l'altro, perché quella superiorità è etica e ci vedrebbe respinti con sussiego dai superciliosi utilitaristi. Per suscitare interesse e convincere gli scettici, è l'utilitarista individualista a-etico il nostro interlocutore obbligato. E per mostrargli che il nostro utilitarismo personalista è superiore al suo in termini di risultati concreti, allora la sfida da affrontare e il conto concreto da tirare riguarda l'efficienza comparata del risultato.

Il motivo per il quale il microcredito, esteso a migliaia di poveri indiani e pachistani e poi in mezzo mondo dal Nobel Yunus, è meritorio di affermarsi e infatti si afferma, non sta solo nelle braccia allargate alla dignità di uomini ai quali in precedenza essa era negata. Sta nel fatto che esso genera un moltiplicatore dal basso di produzione, lavoro e redditi, consumi e investimenti che era negato e impossibile, al modello tradizionale di fare banca e di esercitare il merito di credito per mere garanzie reali ex ante. E' un crinale essenziale che spacca verticalmente la teoria del valore ricardiana-marxista-keynesiana da quella basata sulla prasseologia personalista della Scuola Austriaca, di Carl Menger e di tutti coloro che nello statalismo positivista incipiente seppero leggere il preavviso fumigante del disastro della civiltà che puntualmente seguì nel Novecento, rosso e nero di colore politico. 

Vedete quante cose si possono leggere, nella gara strepitosa a donare che ancora una volta ci rende davvero "fratelli d'Italia". Nelle sventure, più che nelle grandezze patrie, vero. L'eticismo statalista ha sempre rampognato gli italiani, per questo. A me pare, al contrario, che lo Stato italiano e le sue classi dirigenti abbiano così storicamente scarsa buona prova dato di sé, che per fortuna gli italiani nella sventura sanno mostrarsi superiori a chi spesso, in passato, delle sventure ha cooperato ad estendere i danni. Non dimentichiamolo, proprio oggi: anche nelle ricostruzioni post terremoto del nostro più recente passato.

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