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Società

ENCICLICA/ 1. Zamagni: diciotto anni dopo la Chiesa non gioca in difesa ma va all’attacco

È stata presentata ieri la terza enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, che reca come sottotitolo “Sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità”. Dei principali temi affrontati dal documento ilsussidiario.net ha parlato con Stefano Zamagni, economista. All'interno il comunicato stampa di Comunione e Liberazione.

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È stata presentata ieri la terza enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, che reca come sottotitolo “Sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità”. Dei principali temi affrontati dal documento ilsussidiario.net ha parlato con Stefano Zamagni, economista: dalla divisione tra sfera economica e sfera sociale, al principio di fraternità e a quello di sussidiarietà, passando per il bene comune e la giustizia. Per arrivare alla crisi economica, «dominata dall’ethos dell’efficienza». Ma l’enciclica non contiene solo una critica, dice il professore; propone soluzioni.

Professore, ogni enciclica vuole aiutare a capire i “segni dei tempi”. Quali sono le sfide di oggi alle quali la Caritas in veritate vuole dare una risposta?

Dirò subito che questa è un’enciclica molto innovativa, perché non si limita, come ha detto lei, a una lettura dei segni dei tempi, ma va oltre: indica quali sono le linee lungo le quali muoversi se si vogliono risolvere i problemi che vengono denunciati. Rerum novarum e Centesimus annus sono state encicliche che hanno parlato in difensiva: la Chiesa esprimeva perplessità e dubbi e invitava gli uomini di buona volontà a correggere gli errori del sistema. Ma questa mi pare più propositiva.

Qual è, a suo modo di vedere, il vero centro dell’enciclica?

La critica e l’invito a superare la dicotomia tra la sfera dell’economico e la sfera del sociale, caratteristica dei due sistemi dottrinari ideologici che hanno dominato il ‘900: l’anarco-liberismo e il socialismo. Per entrambi l’economico, ripudiato o accettato, era la sfera “cattiva”, consistente nella massimizzazione del profitto a scapito dei diritti degli altri. Opposto a questa stava il sociale, come ambito di chi tentava di controbilanciare quello che di malato e perverso avveniva nell’economico.

È una divisione che ha avuto fortuna, le pare?

Certamente. È venuta da qui l’idea del welfare state: lo stato interviene nella società per redistribuire i beni derivanti dagli errori del mercato.

E i cattolici?

Il ruolo dei cattolici, ritagliato nel sociale, è sempre stato visto come un correttivo. Nella Caritas in veritate il Papa dice no a questa impostazione, perché gli elementi della socialità, come solidarietà e fraternità, devono “entrare” nell’economia e non starne fuori. È il superamento della logica dei due tempi: prima si fanno i soldi e poi si pensa alla redistribuzione. È una logica sbagliata, perché quando si mette mano alla redistribuzione potrebbe essere troppo tardi. E se io per ottenere quella ricchezza offendo la dignità delle persone, ogni redistribuzione diventa tardiva perché la dignità non può essere compensata.

Il principio di fraternità nell’enciclica assume un ruolo centrale. Perché?

 

Perché la società fraterna è anche solidale, ma non è vero il contrario. Prendiamo una società di socialismo reale: è solidale ma non fraterna. La fraternità è il principio di organizzazione sociale che consente agli eguali di essere diversi. Uno deve poter essere libero di manifestare dentro la sfera economica la propria credenza a certi valori o una visione della società. Senza che questo sia compito dello stato.

È allo sviluppo della persona che si lega il concetto di giustizia, affrontato fin dall’introduzione?

Sì. C’è un concetto forte di giustizia che va oltre il mero rispetto delle leggi e che sta nel consentire a ciascuno, e a ciascun gruppo sociale, di esprimere il proprio potenziale e le proprie risorse. Ed è per questo che il Papa giustifica il principio di sussidiarietà. Perché se uno si chiede: come si può concretamente realizzare la società fraterna? La risposta è: applicando il principio di sussidiarietà. Una solidarietà senza sussidiarietà, aggiunge il Papa, scade nell’assistenzialismo e quindi nel dogmatismo statocentrico.

Nell’enciclica la sussidiarietà è estesa oltre limiti dello stato. Come mai?

Oggi il principio di sussidiarietà non può più venir limitato all’ambito nazionale, ma dev’essere applicato a livello globale. Ecco perché il Papa parla di una governance globale di tipo sussidiario. Globale ma di tipo poliarchico: basata cioè su una pluralità dei centri di potere, perché il potere non può stare nelle mani di uno solo, anche fosse la persona più illuminata. E la modalità attraverso la quale mettere le regole deve essere sussidiaria.

Qual è la “risposta” della Caritas in veritate alla crisi economica?

La crisi è figlia di due errori ideologici che hanno dominato gli ultimi trent’anni. Il primo è l’ethos dell’efficienza: l’idea secondo cui i diritti della persona vengono tacitati se questa non è efficiente, se non “vale” secondo criteri dettati dal principio dell’efficienza stessa. Oggi l’ideologia dell’efficienza regna sovrana e viene brandita come spada per legittimare lo status di tante diseguaglianze: se sei più povero di me è perché non vali niente. I manager superpagati, invece, erano così efficienti che hanno fatto fallire le banche.

Dunque la crisi affonda le sue radici più in un problema umano che strettamente tecnico?

Ma l’ethos dell’efficienza è proprio questo: il mito che si afferma quando viene negata la centralità della persona. L’altro errore invece è l’ideologia dell’impresa come merce: una merce come tutte le altre, che può essere comprata e venduta in base alle convenienze del momento. Ma questa è una novità assoluta, perché per secoli l’impresa è stata vista al contrario come un’istituzione destinata a durare nel tempo.

Senza contare le conseguenze per i lavoratori.

Più che di lavoratori parlerei di complessiva perdita di senso del capitale umano. Esso non può avere significato soltanto in quanto aumenta il prezzo di mercato dell’impresa. Così facendo viene eliminata la relazionalità, cioè il fatto che la persona umana è il vero fondamento dell’attività di impresa.

La crisi ha rimesso in discussione i fondamenti del mercato. Qual è il fattore principale che gli permette di funzionare?

La finalizzazione al bene comune. In questo l’enciclica riprende la linea di pensiero dell’economia civile. Personalmente ne sono lieto, perché l’enciclica ha sposato la mia linea, cosa che non mi aspettavo. Mentre l’economia capitalistica è finalizzata alla massimizzazione del profitto, l’economia civile è finalizzata alla massimizzazione del bene comune. Il tuo bene deve andare d’accordo col mio bene, che quindi non può prescindere dal tuo e da quello dell’altro. Il concetto di bene comune - altro caposaldo dell’enciclica - è anti individualistico, perché riconosce la dinamica relazionale propria della persona. Qui viene fuori tutta la ricchezza dell’impostazione cattolica.

Perché?

Perché il bene comune non è sacrificio, ma armonia di rispettivi interessi: io devo fare il mio interesse, ma non contro il tuo. È il concetto che stanno diffondendo da anni le Economie di comunione del movimento dei Focolari e Compagnia delle opere. Nelle loro attività veicolano concretamente l’idea che l’impresa per aiutare gli altri non deve andare fuori mercato e chiudere in perdita: deve anch’essa fare utile, ma consentendo anche agli altri di farlo.

Le faccio un’obiezione tipicamente laicista. Nell’enciclica è scritto che “la Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende di intromettersi nella politica degli Stati”. Ma allora, le chiedo, perché parla?

La Chiesa non ha a cuore una formula politica o sociale, ma il bene dell’uomo. Quando vede che questo è messo a repentaglio da istituzioni e comportamenti egoistici e perversi interviene per correggere e insegnare. Dopo di che la traduzione in iniziative concrete è lasciata agli uomini che vivono nella società. Quindi da parte della Chiesa non c’è nessuna invasione di campo.

Lei ha fatto parte del gruppo di lavoro che ha redatto il documento. Si dice che abbia avuto una gestazione lunga e travagliata. È così?

Non direi. Basti pensare che la Centesimus Annus ha avuto una gestazione di ben cinque anni, dal 1986 al 1991, mentre quella della Caritas in veritate è durata due anni e mezzo. L’elaborazione è parsa più lunga del previsto e si è determinata una certa attesa perché qualcuno che avrebbe dovuto rispettare la consegna del silenzio non si è comportato nel modo corretto.

E l’esplosione della crisi economica ha imposto una revisione profonda?

La crisi è stata un evento contingente che ha allungato i lavori di quattro, cinque mesi, perché il testo era già pronto alla fine di settembre. Tra settembre e la data di uscita, inizialmente prevista per l’8 dicembre, c’è stata la crisi e allora si è pensato ad un supplemento di indagine che ne tenesse conto. In alcuni casi al Papa sono stati presentati dei punti in alternativa: a cominciare dal titolo, per esempio. Alcuni volevano “Caritas in veritate”, altri “Veritas in caritate”. In questo caso è stato lo stesso Benedetto XVI a sciogliere le riserve, scartando un’impostazione platonica per sottolineare il primato del bene sul vero.

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COMMENTI
09/07/2009 - Sul senso del titolo dell'enciclica (marco nardone)

Grazie dell’articolo, illuminante. C’è solo un punto dubbio, la frase finale dell’intervista (non so se è ascrivibile a Zamagni o c’è un errore di trascrizione). Anche dopo aver letto l’enciclica, non mi ritrovo. Scegliendo il titolo “caritas in veritate”, il Papa ha chiaramente inteso “scartare” l’impostazione platonica, ma non certo per sottolineare il “primato del bene sul vero” che è appunto della tradizione platonica, bensì per riaffermare il ruolo fondativo della verità per la carità cristiana. Non mi soffermo sui numerosissimi passi dell’enciclica che ribadiscono questa prospettiva, ne rilevo solo uno, citato dal card. Martino al termine della sua presentazione: «Per questo stretto collegamento con la veri¬tà, la carità può essere riconosciuta come espres¬sione autentica di umanità e come elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche di natura pubblica. Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta» (n. 3). Per Benedetto XVI è la verità a dare “senso e valore alla carità”: essa, dice il papa, è “piena di logos”, e una carità che non dipende dalla verità si riduce ad un sentimentalismo che non attua né la vocazione degli uomini e dei popoli né la presenza di Dio nel mondo. Cioè non ha più a che fare con la carità cristiana. Proprio come succede con la fede quando la separiamo dal sapere. Marco Nardone