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Società

PAPA/ Volli: io, ebreo, vi spiego la visita di Benedetto XVI alla Sinagoga

Il professor UGO VOLLI commenta lo storico incontro avvenuto domenica scorsa a Roma fra Papa Benedetto XVI e la comunità ebraica romana

papasinagogaR375_18gen10.jpg(Foto)

Non è esagerato definire storico l'incontro avvenuto domenica fra il Papa Benedetto XVI e la comunità ebraica romana. Nei moltissimi secoli di convivenza documentata fra il vescovo di Roma e gli ebrei che hanno vissuto ininterrottamente nella sua diocesi (e fra il V e il XIX secolo sotto il suo dominio politico) questa è la seconda visita papale. La prima avvenne ventiquattro anni fa ad opera di Giovanni Paolo II.

L'importanza della visita è sottolineata dalle polemiche che l'hanno preceduta. Queste riguardano non solo le vessazioni che la comunità ebraica romana ha subito per tutto il periodo del dominio secolare del papato, come è stato sottolineato dal discorso del rabbino capo di Roma di fronte al papa: una prigionia collettiva, violenze ricorrenti, roghi di libri, rapimenti di bambini ebrei per convertirli. Tutto questo è oggetto di storia, è stato in qualche modo riconosciuto e condannato dagli ultimi pontefici, ma resta nello sfondo della memoria storica della comunità. Le polemiche hanno avuto come oggetto il silenzio di Pio XII durante la Shoà, il suo rifiuto di condannare apertamente le retate nazifasciste che portarono migliaia di ebrei romani a morire ad Auschwitz.

Naturalmente una visita non è un processo, tutto il contrario: serve a uno scambio pubblico di opinioni per arrivare a una verità condivisa e a una possibilità di convivenza e di amicizia. Per questa ragione è stato estremamente importante che i discorsi che si sono fatti in occasione della visita e gli atti del pontefice siano entrati in pieno nel problema dell'atteggiamento della Santa Sede durante gli anni del nazismo. Il papa infatti, all'inizio della visita ha simbolicamente sostato davanti alla lapide che ricorda la deportazione del 16 ottobre 1943 (oltre mille sequestrati e inviati ai campi, solo diciassette tornati) e all'altra che ricorda un bambino di due anni, Stefano Gay Tachè, ucciso nel 1982 da un attentato palestinese; si è alzato e si è rivolto ai deportati quando questi sono stati citati nel discorso di accoglienza.


COMMENTI
19/01/2010 - Grazie (Francesco Giuseppe Pianori)

Mio babbo (nato nel 1919) aveva un amico ebreo, io ho amici ebrei ed ho visitato due volte Israele in pellegrinaggio. Io sono cristiano. Sicuramente fra i miei avi pagani qualcuno incontrò cristiani e da allora tutta la mia famiglia ha partecipato di questo dono. In questo senso ho sempre riconosciuto di essere un figlio "adottivo" di Israele per la fede di Abramo. Sono molto contento del dialogo e dell'amicizia fra cristiani ed ebrei, fino ai massimi livelli. Tempo fa don Giussani fece una "profezia", dicendo all'incirca: "Se il mondo non finisce prima, entro 60 anni cristiani ed ebrei saranno una cosa sola" nel senso che vivranno insieme e si relazioneranno come fratelli, pur nella lor specifica diversità appartenendo entrambi ad una storia ed un origine comune. Ne sono profondamente grato a Dio e a tutti quelli che continuano l'opera di amicizia iniziata esplicitamente dal Rabbino Capo Toaff e da Giovanni Paolo II. Beati i costruttori di pace. "Ecco come è bello e come è dolce che i fratelli vivano insieme". Grazie con tutto il cuore.