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Società

Un metodo per uscire dalla crisi: la lezione di Sturzo e Giussani

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Proprio questa attenzione al concreto farsi della storia e alla responsabilità di trasformarla in una visione culturale e politica capace di parlare agli uomini di buona volontà di una data epoca storica costituisce, a mio parere, il sorprendente punto di contatto tra Giussani e Sturzo: che cosa ha fatto il prete siciliano se non cogliere “un’esperienza umana” - quella dell’Italia cattolico-sociale di inizio ‘900 - elevandola ad una dignità culturale tale da essere capace di comunicarsi all’intero Paese?

 

Un tale compito costituisce poi, per entrambi i preti, la sfida stessa con cui il cristianesimo è chiamato a misurarsi, incalzato com’è dal processo di secolarizzazione: evitando di attestarsi sulle posizioni difensive di chi mira semplicemente a difendersi da una modernità che avanzerebbe solo distruggendo il patrimonio cristiano, si tratta piuttosto di avere l’ardire di affrontare a viso aperto il tempo, rintracciando al suo interno le potenzialità che, già incarnate nella prassi, possano però aiutarci a trovarne una declinazione diversa. Nella convinzione che “nel cuore della realtà” è sempre possibile trovare le tracce di quell’annuncio che provoca la fede.

 

In questo senso, osserva Scola, “Giussani era realista, di un realismo che afferma l’esistenza e la conoscibilità del fondamento veritativo del reale e che conduce a un confronto a tutto campo... Se la persona di Cristo dà senso ad ogni persona e ad ogni cosa, non c’è nulla al mondo e nella nostra vita che possa vivere a sé, che possa evitare di essere legato invincibilmente a Lui. Quindi la vera dimensione culturale cristiana si attua nel confronto tra la verità della sua persona e la nostra vita in tutte le sue implicazioni”.

 

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