BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Società

PAPA/ Borgna: il senso delle lacrime di Benedetto

Benedetto XVI (Ansa)Benedetto XVI (Ansa)

La Chiesa non ha bisogno di indulgenza, ma di riconoscimento: di essere guardata, osservata, amata in questa sua straordinaria testimonianza che vive da secoli. L’indulgenza del mondo implicherebbe, in qualche modo, che il mondo fosse più generoso di quanto non sia la Chiesa. Mi pare difficile. D’altra parte la Chiesa ha affrontato questi fatti gravissimi con una fermezza e un rigore quasi «draconiani», che indicano la sua estrema limpidezza come istituzione. No, la Chiesa non ha bisogno dell’indulgenza, se mai della serenità del mondo. Di un mondo che si renda conto delle contraddizioni che vivono in ciascuno di noi. Cose crudeli e inammissibili che non eludono la colpa, ma che accadono, anche, sotto la spinta di patologie non controllate.

 

Lei ha citato più volte la speranza, perché?

 

Perché solo la speranza ci induce a guardare al di là delle cose che accadono. Non parlo delle speranze terrene, che sono falsate dalle cose della vita, ma della speranza come struttura portante della vita stessa. Della «spes contra spem» di cui parla San Paolo, che esiste come attesa di cose che a volte non vedo, ma che il mio cuore mi lascia intravedere. Non parlo dell’ottimismo, ma della speranza intesa come trascendenza, senza della quale non c’è vita.

 

Non parla di ottimismo, perché?

 

Perché l’ottimismo è legato alla previsione di qualcosa di concreto e di reale, mentre la speranza guarda, al di là di quello che accade, ad un orizzonte che per chi crede è segno dell’infinito. La voce, il silenzio, la luce dell’infinito è ciò che secondo me precisa il senso più nascosto e profondo della speranza. Che non interessa soltanto il mio io, ma quel «noi» che è dato dalla fusione dell’io e del tu.

 

Su questo giornale il filosofo laico Pietro Barcellona ha detto che il comandamento dell’amore, «ama il prossimo tuo come te stesso», è rivoluzionario, ma molto difficile oggi, perché il «me stesso» che dovrei amare al pari del mio prossimo è smembrato, dissolto: è come se non si trovasse più. Che ne pensa?

 

Clicca >> qui sotto per continuare l’intervista a Eugenio Borgna