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DIARIO HAITI/ Il racconto di un missionario: la vita di un popolo che i media ignorano

lunedì 25 gennaio 2010



C'è stato un momento in cui l'emergenza era quella di salvare i sopravissuti, portar via i cadaveri e curare i feriti. E' inizato, da alcuni giorni, un secondo momento. Si tenta di riprendere, nei limiti del possibile, una vita normale. Il terzo apre la questione della ricostruzione e del dibattito sul modello da seguire. Di sicuro, gli haitiani non hanno bisogno di alcuno schema esterno da applic are alla loro realtà automaticamente. L'opera di ricostruzione dovrà basarsi sulla capacità di interpretare correttamente e saper dialogare con la loro cultura e la loro socialità.

Cosa intende?

Sarà necessario valorizzare le persone che vogliono sentirsi protagoniste della ricostruzione e quelle trame sociali già esistenti. Come la Chiesa. Che è la struttura più capillare e ramificata all'interno della società haitiana. Ho visto una profonda penetrazione e una grande capacità di dialogo da parte delle parrocchie e delle congregazioni religiose. Queste sono profondamente immerse nell'animo e nella cultura degli haitiani. Anche a livello di assistenza sociale ed educa
tiva. Molti amperos, ad esempio, si sono costituiti negli spazi esterni che le parrocchie o i collegi cattolici hanno reso disponibili.

Qual è stato e - se farà ritorno ad Haiti - quale sarà il suo contributo?

Ci tornerò - a breve - di sicuro. In questi giorni ho voluto stare in mezzo a questo popolo, vedere come vivono, immedesimarmi e comprendere la loro cultura. Ho  visto professori e maestri riprendere la vita con i loro allievi, anche se, magari, sotto un lenzuolo. Sono realtà che, se aiutate, sono in grado di svilupparsi. Credo di poter dare il mio contributo, a livello educativo. Appoggiando quei tentativi potenzialmente capaci di generare frutti positivi. Specie nell'ambito
della Caritas. O nel mondo del lavoro. Che è il contesto in cui la persona ha maggiori possibilità di sentirsi protagonista.




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