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Minareti e libertà religiosa

mercoledì 2 dicembre 2009

Il referendum svizzero sui minareti ha causato un notevole numero di commenti, per il momento quasi tutti in sostanziale accordo, o non disaccordo, con i suoi risultati. I motivi sono articolati e ruotano attorno ad alcuni punti chiave, che proverò a riassumere.

 

Un primo fattore, preoccupante per molti lettori, è l’estraneità e invasività della presenza musulmana, sentita come molto più ingombrante di altre presenze straniere. La sensazione di estraneità dell’islam deriva da diversi elementi, storici, culturali, religiosi. Storici, perché quattordici secoli di lotte tra cristianità e islam hanno comunque lasciato il segno anche in un Occidente secolarizzato, mentre per gli islamici questa lotta rimane una realtà attuale. Quando Al Kaida ci definisce “Crociati”, o si richiama al Califfato, non è astratto pensare che le masse islamiche, non solo minoranze fanatiche, si sentano fortemente gratificate.

 

Anche le differenze culturali sono notevoli, ma questo è vero anche per altre comunità di immigrati. Ciò che viene sentito peculiare dei musulmani è l’inscindibilità col fatto religioso, rendendo difficile il confronto su entrambi i piani. Nei commenti si fa presente che il Corano non è solamente un testo religioso, ma anche giuridico ed è la base della legge islamica. Ci si può immaginare cosa succederebbe se in Italia venisse chiesta l’applicazione negli arbitrati del diritto canonico invece delle leggi italiane, come avvenuto in Inghilterra con la sharia.

 

Da diversi commenti traspare la convinzione che la libertà religiosa non sia messa in discussione dall’esito del referendum, che riguarda solo i nuovi minareti, ritenuti elementi non indispensabili. Anche i nostri campanili non sono un elemento essenziale alla liturgia e, infatti, molte chiese ne sono sprovviste senza che ciò intacchi nulla, se non l’estetica. I campanili, con il suono delle loro campane, invitano i fedeli alla liturgia e, in passato, scandivano anche le ore del giorno e del lavoro nei campi, o chiamavano la comunità a fronteggiare un pericolo. Per secoli sono stati punti di riferimento e segno di una presenza, religiosa e sociale, e di una identità culturale.

 

Viene poi fatto notare che la parola di Allah, proclamata dal muezzin, è di fatto imposta a tutti, musulmani o no, mentre le nostre campane, se non zittite da zelanti sindaci, invitano solo i fedeli. Da qui deriva anche la sensazione di invasività: la presenza musulmana vuol farsi vedere, vuol segnare il territorio, che una volta islamico lo sarà per sempre. Ad altre comunità si può rimproverare di chiudersi in se stesse, rendendo così più difficile l’integrazione. I musulmani danno invece l’impressione di considerare integrazione l’accettazione in toto della loro religione, del loro diritto e della loro cultura, tenendo in scarso conto leggi e cultura di chi li ospita.

 

Risulta comica la veemente difesa della libertà di religione da parte di una sinistra così pronta a ricacciare i cattolici nelle sacrestie. Che questi clericali laicisti si schierino in difesa dei minareti è cosa che fa pensare, come fa irritare la pronta discesa in campo dell’Onu, quell’Onu che rimane costantemente in silenzio di fronte alle persecuzioni di cristiani nei Paesi musulmani.

 

 

 

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