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Il problema sono i “bamboccioni” o la famiglia?

domenica 24 gennaio 2010

 

Il dibattito sui cosiddetti “bamboccioni” continua a imperversare, grazie anche a sortite propagandistiche, e ridicole, come quelle di Brunetta, che li vorrebbe cacciar fuori casa per legge. D’altra parte il termine era stato coniato un paio di anni fa da un altro ministro, Padoa Schioppa, nell’annunciare sgravi fiscali sugli affitti per “mandare fuori di casa i bamboccioni.”

 

Anche sul nostro quotidiano vi sono stati interventi e commenti in proposito e sembrerebbe predominare un atteggiamento critico verso chi rimane in famiglia passati i venti anni. Le cause indicate sono di tipo economico, il lavoro precario, gli affitti troppo alti, etc., ma la colpa viene attribuita anche a genitori troppo attaccati ai loro figli ( il solito “mammismo” degli italiani ) e ai figli timorosi di assumersi rischi e responsabilità.

 

Questa discussione mi lascia onestamente perplesso, non solo per un certo psicologismo e sociologismo che mi mettono subito in allarme, ma anche perché mi pare che il giudizio andrebbe articolato e non generalizzato. Credo, infatti, che dietro i dati statistici, di per sé forse anomali rispetto ad altri Paesi, vi siano situazioni molto diverse e che richiedono soluzioni diverse.

 

Un problema reale è quello di chi vorrebbe uscire di casa per sposarsi, ma non ci riesce per le ragioni economiche anzidette: definire costoro “ bamboccioni” è inutilmente offensivo, soprattutto da parte di ministri corresponsabili in quanto tali della mancata soluzione del problema. Problema che può essere risolto solo ponendo la famiglia al centro della filosofia e della strategia di governo, quindi delle politiche abitative, fiscali, del lavoro e del welfare. Sotto questo profilo è da denunciare la latitanza dei governi di ogni colore, fin dai tempi della dominanza politica della Democrazia Cristiana, la cui insipienza a tal proposito rischia di cancellare i pur indiscutibili meriti su altri fronti.

 

In questo caso, prendersela con figli e genitori è decisamente fuori luogo, anzi dovrebbero essere loro a prendersela con la classe politica e anche con un certo modo predatorio di concepire l’economia e, non ultimo, con una “cultura” che considera la famiglia un relitto del passato segno della arretratezza di un’Italia condizionata dal cattolicesimo.

 

Secondo costoro sarebbero felici i Paesi liberi da questa schiavitù, in cui i figli a sedici anni se ne vanno di casa, assistiti da Stato e enti locali in un modo da noi impensabile. Però, poi parli con amici inglesi e ti dicono che buona parte dei loro problemi derivano dallo scarso senso della famiglia e dall’assenza di quel tessuto connettivo di tutta la nazione che essa rappresenta. Per di più i nodi stanno venendo al pettine, come fa notare Alessandro Giudici nel suo commento all’articolo di Volontè, perché l’attuale crisi sta mettendo a dura prova il sistema di sovvenzioni e prestiti d’onore e molti giovani stanno rientrando nella famiglia di origine.

 

Sarebbe comunque opportuno esaminare meglio le varie tipologie di coloro che rimangono presso la famiglia d’origine pur non avendo intenzione di sposarsi. Forse nelle statistiche è compreso anche chi, pur risultando residente presso la famiglia, passa la maggior parte dell’anno in un’altra città per frequentare l’università, o per lavori non stabili, magari abitando in un appartamento con altri studenti, o con altri lavoratori altrettanto precari.

 

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