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giovedì 28 gennaio 2010
Figlia e testimone della tragica epopea della Russia Sovietica Galina Ivanovna Ustvolskaya (1919-2006) è per me uno dei creatori più importanti e profondi del XX secolo. La sua parabola esistenziale potrebbe riassumersi in un semplice dato biografico: nata a Pietrogrado e vissuta per quasi tutta la vita a Leningrado, la compositrice muore a S. Pietroburgo. La triplice denominazione del medesimo luogo è emblematica di una prigionia (la Ustvolskaya non si mosse dalla sua città natale per buona parte della vita) e nel contempo di uno sradicamento che la rende nostra sorella nella ricerca di quella “pietra angolare” su cui unicamente è possibile costruire stabili dimore. Oggi vogliamo parlare della Sinfonia n. 5 “Amen”, l’ultima delle 25 composizioni che costituiscono l’esile e qualitativamente strabiliante catalogo dell’autrice. Composta nel 1989/90 la pagina prevede un organico ridottissimo, cinque soli strumenti (oboe, violino, tromba, tuba e percussione costituita da un cubo in legno) cui va aggiunta una voce recitante maschile che pronuncia in tono solenne e accorato il testo del “Padre nostro”. Fin dal principio (I - 0’04”) un profondo abisso si apre dinnanzi ai nostri occhi. Pochi tocchi della percussione lignea e una nota grave del tuba fungono da introduzione all’esile suono dell’oboe (I - 0’14”) che pronuncia la sua frase in un clima rarefatto. Una voce composta sembra levarsi lentamente sopra gli insondabili misteri dello spazio e del tempo interrogandosi sul suo stesso essere qui, ora. L’atmosfera è rituale e ieratica, il pensiero non può fare a meno di correre alla solenne bellezza e alla soprannaturale compostezza di certe icone. L’ingresso della tromba (I-0’40”) con la sua costante punteggiatura costituisce un breve preludio all’intervento dell’attore che articola le prime parole del Padre nostro. Poco dopo (I - 0’56”) la lenta e severa processione musicale si arricchisce dell’ultima “voce” che ancora mancava all’appello, quella del violino con il suo caratteristico disegno. Nella spoglia trama musicale si incunea una improvvisa triplice perorazione accordale (I - 2’42”) che, grazie anche al nervoso tremolo delle percussioni, ci introduce a un cambio di tempo (I - 2’56”). E’ una figura che ritroveremo spesso utilizzata come “cerniera” tra le differenti zone della composizione e che porta, quasi naturalmente, il nostro pensiero ai tre ospiti angelici di Abramo raffigurati con magistero inarrivabile da Andrej Rublëv.
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