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GYORGY LIGETI/ "Atmosphères", il mistero del cosmo secondo il compositore di Kubrick

Ci sono domande che permeano le arti, dalla letteratura alla musica. Quelle del pastore leopardiano, ad esempio, riemergono nell'opera di Gyorgy Ligeti. Il commento di LUCA BELLONI

Gyorgy LigetiGyorgy Ligeti

“Che fa l'aria infinita, e quel profondo/Infinito seren? che vuol dir questa/Solitudine immensa?”. Le eterne domande del pastore errante leopardiano, sopraffatto dal misterioso incanto della volta stellata, sembrano risuonare e dare sostanza a uno dei brani più famosi e importanti della seconda metà del XX secolo: Atmosphères di Gyorgy Ligeti.

Il vasto e impenetrabile “muro” di suono che pervade la composizione del Maestro ungherese (nato a Dicsöszentmárton [ora Târnaveni, in Romania] il 28 maggio 1923 e morto a Vienna il 12 giugno 2006) sembra proprio rispecchiare l’immensità cosmica. Come negli spazi siderali, “isole” (ammassi? galassie?) sonore talvolta emergono e ravvivano (rendendolo ancor più enigmatico) il panorama musicale. 

L’affresco ligetiano atterrisce e inquieta: l’uomo è niente più di un granello di sabbia in confronto a questa smisurata realtà. Il soggetto appare dunque in qualche modo fagocitato dalla massa, e anche la sua naturale tensione verso ciò che è “alto” (simboleggiata dal progressivo assottigliarsi verso l’acuto della fascia sonora iniziale) è destinata allo scacco: una voragine brulicante e insondabile si spalanca all’improvviso e inghiotte ogni speranza e ogni aspirazione.

È davvero questa l’ultima parola sull’uomo? Davvero siamo destinati semplicemente all’“abisso orrido” in cui tutto finisce in un estremo oblio di sé, del mondo e di tutto ciò che si è amato, desiderato, sperato? Davvero il nulla è la sola realtà che ci attende?

La risposta ligetiana è eloquente.