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giovedì 26 maggio 2011
“Che fa l'aria infinita, e quel profondo/Infinito seren? che vuol dir questa/Solitudine immensa?”. Le eterne domande del pastore errante leopardiano, sopraffatto dal misterioso incanto della volta stellata, sembrano risuonare e dare sostanza a uno dei brani più famosi e importanti della seconda metà del XX secolo: Atmosphères di Gyorgy Ligeti.Il vasto e impenetrabile “muro” di suono che pervade la composizione del Maestro ungherese (nato a Dicsöszentmárton [ora Târnaveni, in Romania] il 28 maggio 1923 e morto a Vienna il 12 giugno 2006) sembra proprio rispecchiare l’immensità cosmica. Come negli spazi siderali, “isole” (ammassi? galassie?) sonore talvolta emergono e ravvivano (rendendolo ancor più enigmatico) il panorama musicale. L’affresco ligetiano atterrisce e inquieta: l’uomo è niente più di un granello di sabbia in confronto a questa smisurata realtà. Il soggetto appare dunque in qualche modo fagocitato dalla massa, e anche la sua naturale tensione verso ciò che è “alto” (simboleggiata dal progressivo assottigliarsi verso l’acuto della fascia sonora iniziale) è destinata allo scacco: una voragine brulicante e insondabile si spalanca all’improvviso e inghiotte ogni speranza e ogni aspirazione.È davvero questa l’ultima parola sull’uomo? Davvero siamo destinati semplicemente all’“abisso orrido” in cui tutto finisce in un estremo oblio di sé, del mondo e di tutto ciò che si è amato, desiderato, sperato? Davvero il nulla è la sola realtà che ci attende? La risposta ligetiana è eloquente.
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