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WALTER'S PLAYLIST/ Liberi Liberi di Vasco Rossi

venerdì 11 dicembre 2009

Potrà non piacere. Oppure potrà piacere troppo. In un caso o nell’altro Vasco Rossi è un pezzo stabile e ineliminabile della canzone italiana dai primi anni Ottanta in poi. Sul palco di Sanremo con Vita spericolata ha introdotto un nuovo mondo in tivù, nelle classifiche, nel modo di fare e rappresentare l’italica canzone. Ha portato quell’andamento sbronzo e svaccato ch’è del rock di ogni latitudine e che nel mondo italiano - dominato dal cantautorato che per natura è colto o tendente al colto - ha fino a un certo punto avuto poco spazio, se non quello di Rino Gaetano.

Vasco ha scritto (o meglio: ha scritto con massimo Riva) una serie di cose che rimangono negli archivi tra cui Albachiara, Siamo solo noi e - soprattutto - Liberi liberi.
Solita ballatona da romantic-rock (negli Usa l’avrei vista bene nella discografia di Bon Jovi), proposta ai tempi con un videoclip sgangherato in stile messianico-celentanico (Vasco che va a “liberare” una belloccia da una sorta di torre di Babele in cui vive una tribù di gente che veste di iuta e lavora bendata...), la canzone è una riflessione dolente e rabbiosa sul tema che da tempo sta a più a cuore al rockettaro di Zocca: dove finiscono i desideri più radicali? Perché nello scontro o incontro con la realtà tutte le cose sperate-desiderate-cercate, si sporcano, si sgretolano, si polverizzano?

Una canzone di domande, di domande urlate: "Quella voglia, la voglia di vivere/ quella voglia che c'era allora / chissà dov'è?/ chissà dov'è?" E su tutte l’ultima domanda: “Cosa diventò, cosa diventò/ quella voglia che avevi in più/ cosa diventò, cosa diventò/ e come mai non ricordi più...".
E via, dopo la domandina sulla perdita di memoria, un solo di chitarra da far accapponar la pelle, merito di quel Maurizio Solieri che ha messo la sei corde e i suoi migliori solisti al servizio di tutta la storia rock del primo Vasco Rossi.

 

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