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SCIENZAinATTO/ La Storia della Scienza nella Cultura Scientifica

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Tra i non giovanissimi non vi è chi non ricordi il personaggio manzoniano di don Ferrante. Egli era uno di quegli scienziati che Galileo, da buon toscano, chiamava senza mezzi termini «solennissimi buoi». Ecco come ragionava, prima di morire vittima della spaventosa epidemia di peste descritta dal Manzoni: secondo Aristotele il mondo è fatto di sostanze (enti aventi una propria identità) e di accidenti (proprietà delle sostanze); ora, la peste non è né una sostanza né un accidente; pertanto non esiste.
La distinzione sostanza-accidente faceva parte di quello che Kuhn avrebbe chiamato il paradigma della scienza pre-galileiana, paradigma che, come tutti sanno, privilegiava il ricorso all’auctoritas rispetto all’osservazione e all’accettazione critica dei fatti. Se si leggono Galileo e gli altri grandi da lui ispirati (per esempio Robert Boyle, che preparò la transizione dall’alchimia alla chimica), si vede bene che la cosiddetta rivoluzione copernicana consistette effettivamente nel cambiamento dell’ordine di priorità fra osservazione e tradizione.
Alcuni pensano che proprio quest’esempio provi che il continuo ritorno alla riflessione sulla storia della scienza sia inutile. [Immagine a sinistra: Roberto Boyle (1627-1691)]
In realtà, si può dimostrare il contrario; e cioè che, se gli aristotelici del Seicento e lo stesso Galileo avessero guardato con occhio attento la storia, i primi avrebbero corretto il paradigma seguito, il secondo non avrebbe dato il famoso consiglio di «non tentar le essenze». Quel consiglio equivaleva a mettere in parentesi l’idea, di derivazione aristotelica e a quel tempo accettata acriticamente, secondo cui ogni cosa, in quanto è distinta dalle altre, deve la sua identità a una realtà intrinseca caratteristica (appunto l’essenza), non necessariamente coincidente con ciò che si osserva.
Il ritorno alle origini avrebbe rivelato che Aristotele era in realtà ben convinto della priorità dell’osservazione, anzi la sua «metafisica» era in parte un’estrapolazione della sua esperienza di biologo; anzi, era giunto al concetto di essenza nel tentativo di render conto del fatto che un organismo vivente cambia continuamente, dalla nascita alla morte, eppure rimane lo stesso organismo. Con il passare del tempo, si era dimenticato il referente biologico dei concetti aristotelici di ente e di essenza, potenza e atto, e l’applicazione di quei concetti era guidata da un’ibrida miscela di scienza e metafisica.
Più tardi, essendosi spostato l’interesse degli uomini di scienza sul moto dei pianeti e sulle macchine, si era affermato come esclusivo il paradigma della meccanica, sotto il nome ben noto di meccanicismo. Oggi, dopo la rinascita degli studi biologici e le grandi conquiste recenti (struttura del sistema nervoso, codice genetico, ecc.), è sorta la biologia integrazionista, che sta riscoprendo, sia pure in forma nuova e con un bagaglio di conoscenze specifiche molto più ricco, ciò che Aristotele aveva detto ventitré secoli fa.

 

 

Lo spirito critico

 

La lezione sembra chiara. Quando la continuità storica diventa una tradizione apodittica, acritica, e paralizza la ricerca, o si fa un riesame del modo in cui certe idee sono emerse o si deve fare un’azione di rottura, come fu quella di Galileo. In questo caso, però, si rischia di perdere qualcosa d’importante, come avvenne con il concetto di organismo.
Basti pensare che il vitalismo, l’idea che vi sia nei viventi una sorta di forza o fluido che sfugge alle leggi valide per la materia non vivente, non avrebbe fatto presa e non avrebbe ostacolato lo sviluppo della scienza, se ci si fosse resi conto che il paradigma meccanicista lasciava fuori tutto un campo di problemi ritrovati al giorno d’oggi addirittura dalla tecnica elettronica (si pensi al feedback) e dalla termodinamica dei processi irreversibili (si pensi alle strutture dissipative di Ilya Prigogine). [Immagine a destra: Rappresentazione del moto del Pendolo Sferico in condizioni caotiche]
Quanto abbiamo detto vale per meccanismi tuttora all’opera nella ricerca scientifica, in cui spiegazioni e problemi sono scelti molto spesso dando per certo e corretto solo e tutto ciò che è stato pubblicato da pochi anni.
Sembra evidente perciò che la presa in considerazione della storia, creando una coscienza chiara e critica del modo in cui si è andato formando il patrimonio della scienza nel corso del tempo, è la via maestra per conservare freschezza allo spirito critico, recuperare linee di sviluppo perdute, correggere tendenze a perdere di vista i problemi di fondo; insomma, per garantire creatività e validità al lavoro degli uomini di scienza, interesse per la ricerca seria e costruttiva alla riflessione degli uomini di cultura.
Questa conclusione riguarda sia la scienza vista come un tutto che le singole discipline. Si possono dare molti esempi, ma qui forse non è il caso di presentarli, perché sarebbe necessario entrare in questioni tecniche.

 

 

Le macromolecole di Staudinger

 

Veniamo piuttosto a un’altra domanda: è interessante ed utile soltanto la storia delle idee scientifiche, o anche quella dei singoli uomini di scienza? Forse basterebbe una risposta brevissima, anche se un po’ retorica: i primi versi dei Sepolcri di Foscolo. Ma poiché la moda intellettuale di oggi ha fatto dimenticare il valore dei grandi, è utile ricordare che tutti noi, anche secondo la psicanalisi, per fare delle scelte sia morali che intellettuali, cerchiamo un’imago, un riferimento a persone che stimiamo.



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